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Sezione: Racconti

Avvicinamento
Data: 22/12/05

Che spettacolo.
La gigantesca città immersa nella notte si stende sotto di me. La guardo affascinato attraverso la parte anteriore, trasparente, della mia aeromobile. Sospeso in alto, immobile nell'oscurità a duecento metri di altezza, sto attendendo il nulla osta della centrale di controllo per inserirmi nel traffico aereo di zona. E intanto approfitto di questa posizione privilegiata per ammirare la magica visione del luogo che amo più di ogni altro al mondo.
La città. Non ci sono mai stato fisicamente prima d'ora, ma la conosco come se vi fossi vissuto da sempre. La città. Un po' nera e gotica, un po' luminosa e geometrica, un po' banale, un po' stravagante, un po' crudele, un po' rassicurante, frenetica e languente, contorta, vecchia, nuovissima, sterminata, cupa, gioiosa e decadente. La città. Contraddittoria come se fosse uscita dalla mente di un milione di persone differenti. Spaziando sul panorama, il mio sguardo vaga su massicce costruzioni a forma di fungo, grappoli di torri sottili circondate da eleganti prati verdi all'inglese, colossi ovoidali sospesi incredibilmente nell'aria e incombenti sui quartieri sottostanti, palazzi dalle forme più assurde. All'orizzonte, inconfondibili, intravedo le luci di uno spazioporto. E ovunque, sciamanti in alto sopra i palazzi o in basso tra di essi e tutt'intorno, i minuscoli puntolini luminosi simili a insetti di veicoli simili al mio che si muovono più o meno lentamente nel traffico notturno.
La città. La conosco bene. Là sotto vivono creature il cui solo pensiero accende la fantasia. Avventurieri galattici, schiavi, nobili eroi, disperati replicanti con vite a termine, dure soldatesse, pensosi psicostorici, androidi che vogliono essere uomo, abilissimi hacker e profeti visionari. La città. Il luogo più affascinante di tutti.
Sospiro. Mi sembra di essere quassù da una vita... Lancio un'occhiata alla consolle di comando del velivolo... e il mio cuore ha un balzo. La spia luminosa sta lampeggiando! E' il nulla osta che aspettavo. Cercando di dominare l'emozione, guardo di nuovo il panorama. Deglutisco. Posso scendere, quindi. Ma... davvero ho deciso di farlo?, mi chiedo. Davvero voglio tentare l'impresa? Davvero voglio correre il rischio di essere scartato?
Respiro profondamente. L'esitazione non mi porterà da nessuna parte. Facendo appello a tutta la mia determinazione, afferro i comandi e do inizio alla manovra di atterraggio.
Scendo.



Poco dopo, lasciata l'aeromobile in una parcheggio sopraelevato, mi avventuro nella megalopoli. L'ho sempre sognata, e adesso che sono qui posso prendermi tutto il tempo che voglio per visitarla. Letteralmente: quanto tempo voglio. Là dove devo recarmi, non ho nessun appuntamento da rispettare, né sono propriamente "atteso" da qualcuno. Se volessi, potrei anche presentarmi tra due giorni, o tra sette, o tra dieci. O non farlo mai. Nessuno se ne accorgerebbe.
Ma mi presenterò, ovviamente. E' sicuro.
Emergendo dal tubo gravitazionale che mi ha portato giù fino al livello terra, mi ritrovo su una grande strada piena zeppa di insegne al neon, di veicoli fluttuanti, di persone che, nonostante l'ora tarda, affollano caoticamente il marciapiede. C'è chi cammina, chi saltella, chi rotola, chi rimbalza, chi fluttua, chi striscia, in una caleidoscopica varietà di forme e di colori. Un alieno sauroide con abiti orientali ed un turbante sulla testa sorvola la folla a braccia conserte sopra un tappeto volante tecnologico. Un gruppetto di piccoli esseri petulanti simili a tanti orsacchiotti passa di corsa facendo lo slalom tra i passanti. Uno di loro mi urta e si dilegua... e io controllo di avere ancora il portafogli. Un tank della polizia guidato da un minaccioso robocop transita lungo la strada con inquietante lentezza. Ma dev'essere normale: nessuno ci fa caso.
Così come - mi accorgo - nessuno fa caso a me.
Logico, questo. Il mio aspetto è quanto di più prosaico si possa immaginare. Chi mai potrebbe notarmi? Qui, poi... La mia immagine, che vedo riflessa nella vetrina di un negozio (abbigliamento per mostri BEM, noto) è quella di un giovane sui trent'anni, alto, molto magro, con un viso lungo, capelli neri e occhi marroni. Uno come tanti, insomma. A parte gli occhi, che dal momento dell'arrivo, sono sgranati e pieni di meraviglia come quelli di un bimbo. Sorrido, divertito da me stesso.
Poi, sento un'esclamazione alle spalle: - Ma...? Non ci credo! Guarda un po' che incontri che si fanno così lontano da casa!
Mi sfugge un: - Eh? - Non è possibile, penso, e mi volto. Invece è proprio lui: il mio buon amico K., persona estroversa e gioviale, mi sta venendo incontro con un sorriso. E' un quarantenne un po' grassoccio, quasi pelato, con baffi, pizzetto e un paio di occhialini tondi. Incredulo, mi muovo anch'io verso di lui.
- Che sorpresa, mon ami, - mi fa stringendomi la mano. - Anche tu da queste parti, quindi?
- Eh. Sì... - gli rispondo, imbambolato. Poi mi riprendo e gli stringo la mano con vigore. - Ma sei proprio tu! Non riesco a crederci! Non mi sarei mai sognato di incontrare qui qualcuno che conosco. - In effetti, in una città come questa, che si estende per molte centinaia di chilometri quadrati, un incontro del genere è fantasticamente improbabile. E' quasi più facile che un meteorite ti cada in testa...
O forse no? Cerchiamo di razionalizzare. La città è immensa, è vero, ma in realtà le aree verso le quali vengono indirizzati i forestieri (come me e K.) sono ben delimitate e abbastanza ristrette. Aggiungiamo poi che sia lui che io, provenendo dalla stessa regione, dobbiamo essere entrati nella città più o meno nello stesso punto, e che quindi facilmente il controllo del traffico ci ha destinati entrambi alla stessa zona. Ed ecco che l'incontro non sembra più così improbabile. Quanto al fatto che ci siamo trovati addirittura nella stessa strada... beh, è la strada più grande e luminosa dei dintorni, ovvio che noi stranieri finiamo con il dirigerci qui.
- Dimmi un po', mein freund, - mi sta chiedendo K., con cordialità, - cosa ti porta da queste parti? Il caso? Turismo? Oppure qualcosa di più... interessante?
- Beh... - rispondo, evasivo, - un po' tutte e due le cose, a dir il vero. E tu?
- Io? Lavoro. Non nel senso canonico, ma... il tipo di lavoro che sai. Cerco di realizzare un altro dei miei misconosciuti capolavori, e ho creduto cosa intelligente venir qui a parlarne con... loro. - E così dicendo mi indica con un cenno un gruppetto di persone che aspettano poco più in là, e che ci stanno guardando. Immagino che K. fosse in loro compagnia, fino a poco fa, e che se ne sia staccato apposta per salutarmi. Si tratta di tre uomini aitanti e una splendida donna, in uniforme militare e seri in volto. - Te ne ricordi? Se non sbaglio, qualche volta te ne ho parlato...
La mia risposta è data in tono sardonico: - Certo che me ne ricordo. Il capitano Donovan e i suoi amici, vero?
Lui annuisce soddisfatto. - La mia creazione preferita. Ogni volta che ci sono loro, ne esce fuori qualcosa di buono. Spero che sia così anche questa volta...
- Conoscendoti, sono sicuro che farai un gran lavoro. Come sempre, del resto.
- Ah, ah, ah! - ride, lusingato. Poi, cambia atteggiamento e mi parla sottovoce in tono cospiratorio. - Adesso però tocca a te, amico mio... Su, dai, dimmi: come mai sei qui in città? Ti prometto che non rivelerò ad anima viva i tuoi tenebrosi segreti. Però niente risposte evasive, d'accordo?
Diavolo di un K.! Impossibile nascondergli qualcosa. - Ecco... si tratta di un concorso...
- A-ah! - solleva la testa, trionfante. - E così ti sei deciso, eh? Approvo. Tu hai delle qualità, non devi dubitarne. Farai sfracelli.
Gli rispondo a bassa voce. - Vorrei esserne così sicuro anch'io...
Ammutolisce per un momento, poi sbotta: - Ma ragazzo mio, tranquillizzati una buona volta! Sempre a farti questi problemi assurdi. Te l'ho già detto cosa penso delle tue doti, no?
Mi stringo nelle spalle: - Beh, sono un insicuro, che posso farci? Mica è una mia scelta...
Mi guarda come se fossi uno scolaro negligente e zuccone. Sospira. Bonariamente, mi mette una mano sulla spalla. - In realtà, ti capisco benissimo. Anch'io, la prima volta, ho patito pene simili. E' normale. Ma sai cosa ho fatto, per prendere fiducia? Ho ripassato mentalmente tutte le mie esperienze come aspirante creamondi. Ho fatto un elenco dei miei punti di forza... e mi sono detto e ripetuto che potevo vincere. Anzi, che avrei vinto! E sai che ti dico? Ha funzionato!
- Fantastico!, - esclamo, illuminandomi. - Hai vinto il concorso?
- Beh, no. Anzi, mi sono preso una di quelle mazzate...
- Ah.
- Ma il punto non è questo. E' che mi ero presentato, capisci? Avevo trovato il coraggio di farlo, quello che altrimenti mi sarebbe mancato. Ho partecipato, ed è questo che conta. L'importante non è vincere. E' partecipare. Viva De Coubertin.
Rimugino sulle sue parole. - Capisco... Grazie per il suggerimento, è quello di cui avevo bisogno. Proverò a fare così.
Mi stringe la magra spalla, incoraggiante. - La prendo come una promessa, intesi? - Si stacca. - Ora scusami, devo lasciarti. Le avventure di Donovan e soci richiedono tutta la mia attenzione... Buona fortuna!
"Mantieni la promessa, mi raccomando!"
E torna dai suoi quattro personaggi.


Rimasto solo, rifletto.
Il suggerimento è buono. Per acquistare fiducia, devo solo rammentare a me stesso i miei "punti di forza". Mettermi alla prova, vedere se davvero ho delle capacità oppure no. Semplice. Cioè... beh, a parole è facile, ma nella pratica non è una cosa che si possa fare alla leggera, così, con uno schiocco di dita. C'è bisogno di concentrazione. Di riflettere con calma. Magari di bere un bicchierino.
Mi passo una mano tra i capelli, scompigliandoli.
Un bar. Sì, un bar sarebbe la cosa migliore. Un bar intergalattico, frequentato da clienti di tutte le razze e i pianeti. Con un'insegna luminosa mezza spenta scritta in un alfabeto alieno, un ingresso largo e accogliente, e buttafuori con quattro braccia. Un posto al cui interno trovare, sotto una nube di fumo azzurroverde alimentato dai narghilé di cento fumatori di hlunn, una miriade di tavoli e divani sparsi ovunque. E risate scroscianti, cozzare di boccali, voci sussurranti, ballerine tri-tettute che danzano al suono di una musica echeggiante. Sì. Sì, un bar fatto così è proprio quello di cui ho bisogno.
Ora che mi sono fatto un quadro mentale abbastanza chiaro, mi guardo intorno, scrutando la strada. Dov'è?, mi chiedo. Dove può essere? Dopo qualche secondo lo vedo. Eccolo lì, a un isolato di distanza, che aspetta solo il mio arrivo.
E' il bar.
L'insegna luminosa, parzialmente guasta e scritta con caratteri sconosciuti, è indecifrabile. L'ingresso è aperto e accogliente, nonostante i buttafuori. Ai lati, due colonne di marmo in stile classicheggiante. Mi avvicino e ne tocco una facendovi scorrere il palmo della mano. E' fredda, solida. Reale. - Perfetto, - mormoro compiaciuto. - Perfetto...
Entro. Nel grande locale una nube azzurroverde grava sui presenti. Seduti ai tavoli o su alti sgabelli o stravaccati su divani o sui cuscini sparsi sul pavimento, esseri provenienti da mille altroquando diversi sono occupati nelle attività più varie. Ci sono risate scroscianti, cozzare di boccali, un vociare confuso, sussurri, grida. Su un palchetto una ballerina con tre seni sta danzando una musica ignota.
Anche qui ignorato da tutti, mi avvicino al bancone e ordino la mia consumazione. Mentre vengo servito, mi guardo attorno. E' tutto stupefacentemente esatto. Proprio come lo avevo immaginato. Non originalissimo, in verità, ma niente male.
Però ancora manca qualcosa. Ci vogliono i personaggi. I personaggi giusti, intendo. Anche se il locale è pieno, nessuno degli esseri presenti è, diciamo, “nuovo”. Sono tutti personaggi già visti, presi in prestito dall'immaginazione di altri creamondi. Forse addirittura cliché. Così non va, devo assolutamente aggiungere qualcosa di mio. Chino la testa, reggendomi la fronte con una mano. Devo concentrarmi... mettere in gioco qualcosa di credibile, che abbia senso, e che si armonizzi con questa ambientazione. Cosa posso fare? Rialzo la testa. E sobbalzo. A dieci centimetri dalla mia faccia c'è il grugno peloso di uno scimmione alieno.
- Sveglia, DEFICIENTE! - mi sbraita con voce gutturale, schizzandomi di saliva. - Chi ti ha dato il permesso di occupare il mio posto? - Assomiglia a un gorilla terrestre, ma il suo pelo è dorato, e così la sua pelle. La fronte grottescamente sporgente, gli occhi infossati, una cicatrice sulla guancia, e un'espressione prepotente sono i suoi tratti principali. Una bottiglia di birra vuota è stretta in una mano penzolante. Un po' su di giri, ha chiaramente voglia di divertirsi a spese mie.
- Nessun problema, - gli faccio. - Mi sposto. - E mi siedo sullo sgabello a fianco.
Questo lo spiazza. Ma per poco. - Anche quello è mio, - sghignazza. Alle sue spalle, altri tre tizi identici a lui ridacchiano. - E anche quello, e quello, e quell'altro ancora, - aggiunge, indicando altri sgabelli. - Qualunque posto proverai a utilizzare è mio. E adesso? - I compari ridono ancora.
Inizio a sentirmi a disagio. Il brusio del resto del locale retrocede, lasciando emergere il frenetico battito del mio cuore. Che questa sia la fine prematura della mia piccola gita in città?
- Smettetela, - interviene una voce femminile. Alzo lo sguardo. Tra me e gli attaccabrighe si è frapposta una ragazza dallo sguardo combattivo. E' minuta, snella, non molto alta, con capelli biondo oro raccolti in una lunga coda di cavallo e occhi verdi. Indossa una maglietta bianca, pantaloncini corti neri e scarpe da ginnastica. Appesi a un cinturone, una serie di aggeggi tecnologici.
Trattengo il fiato. E' lei. E' Elena!
Il simil-gorilla la guarda sorpreso, battendo le palpebre un paio di volte, poi sbotta a ridere: - Questa, poi! Ragazzi, una bambina ci minaccia! - Il suoi reagiscono con grandi risate. - Vai a casa, piccola. Questa sera ho tempo per un pestaggio soltanto.
Lei sospira. Poi, con la massima calma, gli si piazza davanti, estrae un disintegratore e glielo appoggia sulla fronte. L'energumeno rimane impietrito, occhi spalancati. Il movimento è stato talmente inaspettato, disinvolto, "diretto", da non dargli neanche il tempo di abbozzare una difesa. - Io, - dice poi la ragazza tranquillamente, - ho meno tempo di te, ma posso benissimo sprecare cinque secondi per mandarti all'altro mondo. - E lo guarda ironica. - Mi sono spiegata?
Lui mastica amaro fissandola con un misto di odio, paura e incredulità. Poi, dopo alcuni interminabili secondi indietreggia in silenzio. La sua fronte si stacca dall'arma. - Per questa volta hai vinto... - bofonchia. - Ma non finisce qui, te lo dico io!
- Sì, sì, va bene, - fa lei, senza smettere di tenerlo sotto tiro. - Non mi viene in mente una battuta adatta, ma considerati deriso e congedato a calci in culo. Addio! - E, detto questo, gli volta le spalle rinfoderando l'arma.
Gli occhi del gorilla quasi schizzano fuori dalle orbite. Lo vedo chiaramente valutare la possibilità di colpire a tradimento... e poi fortunatamente scartarla. Indietreggia ancora di due passi, si volta con uno scatto rabbioso e si allontana con i suoi compari.
Tiro un sospiro di sollievo.
- Grazie, - dico ad Elena. - Hai corso un bel rischio...
- Eh? No, figurati, - si schermisce lei. - Tizi come quelli si fanno avanti solo se le probabilità sono cento a zero in loro favore. Di fronte a un imprevisto, scappano come lepri. Non ho corso nessun rischio.
- Sarà, - le sorrido, - ma da qui la cosa sembrava un po' diversa... Perché l'hai fatto?
- Che domanda stupida! - mi risponde seccamente. - Perché era giusto, no? - I suoi squisiti occhi verdi mi fissano, con espressione irritata. - Ho forse offeso il tuo "orgoglio maschile", con il mio intervento?
- No, no, niente affatto. Il mio orgoglio maschile è svenuto quando sono apparsi quei tizi. Ti farò sapere cosa ne pensa appena avrà ripreso i sensi.
Sorride. - Meglio così... - commenta.
Le indico uno sgabello. - Siediti con me. Offrirti qualcosa da bere mi sembra il minimo...
Annuisce e si accomoda accanto a me. - Grazie. E' una buona idea per più di un motivo, sai? Finché ci sono io, quelli non torneranno a infastidirti. Ma se me ne vado troppo presto, tornano da te a prendersi la rivincita. Poco ma sicuro.
Lancio un'occhiata alla schiena di King Kong e deglutisco. - Vero. Non ci avevo pensato...
Ordina una bibita, mentre io la osservo. E' magnifica, sorprendente. Viso stupendo, occhi verdissimi sotto sopracciglia arcuate, naso piccolo. Bionda coda di cavallo. Corpicino sottile, splendide gambe. Ho cercato di immaginarla un milione di volte con la fantasia, e adesso è qui, accanto a me, in carne ed ossa. Incredibile. Guardandola, noto che la sua mano appoggiata sul bancone trema lievemente. Una reazione emotiva ritardata per lo scontro di poco fa, unico indizio del fatto che non è una odiosa superdonna... ma solo una ragazza molto, molto coraggiosa.
Mentre attende ciò che ha ordinato, mi presento e le porgo la mano.
Lei me la stringe con calore e si presenta a sua volta. - Mi chiamo Elena. Elena Geertsen... Ti dico subito che non so quanto potrò fermarmi: aspetto da un momento all'altro una chiamata di mio marito dall'astroporto.
- Astroporto? Una viaggiatrice spaziale, quindi. E' da lì che viene la tua esperienza con i personaggi "difficili"?
Scuote la testa. - No... Ti ho già detto che mi sopravvaluti. Non ho tutta questa "esperienza". Non direttamente, comunque. Ne ho viste succedere di tutti i colori, questo sì.
- Interessante. Che lavoro fai?
Sospira, prima di rispondere: - Beh... come studi, sarei una psicostorica. La più giovane laureata del mio corso, nientemeno. E con il massimo dei voti. Però... sono anche disoccupata. A quanto pare, sul mercato l'offerta di laureati in questa singolare disciplina è maggiore della domanda. In altre parole, nessuno ci vuole.
"Ironico, eh? Pazzesco. Dovremmo essere gli studiosi che prevedono l'andamento delle cose, e nessuno di noi è riuscito a prevedere questo bello sviluppo. Che schiappe. Logico, che nessuno voglia assumerci."
Un po' imbarazzato, le sorrido. La capisco benissimo, mi sono trovato nella stessa situazione anch'io, con un titolo di studio inutile...
- Nel frattempo, aiuto mio marito nel suo lavoro. E' agente autonomo della polizia interstellare, e in certi casi la mia consulenza gli è utile. - Fa una pausa. - Tra l'altro, ti piacerebbe. Ti assomiglia molto.
- Lo so... - le dico. Poi, davanti alla sua occhiata confusa, mi correggo: - Cioè, voglio dire, lo immagino...
Mi scruta con quegli occhi magnifici, come se avesse capito che le nascondo qualcosa. Poi, pensosa, riprende: - Sì... vi assomigliate davvero. Più ti guardo più me ne rendo conto. Lui è magro, timido e silenzioso, come te. Per niente il tipo dell'erculeo biondo eroe che appare negli spot pubblicitari della polizia. - Ridacchia. - L'opposto, direi. Con quelle spalle strette e le braccine sottili...
Un po' infastidito, la punzecchio: - Ma se lascia così a desiderare allora perché l'hai sposato?
Ho fatto di nuovo la domanda sbagliata. Mi lancia un'altra occhiata di fuoco. - A desiderare?? Chi ha detto che lascia a desiderare? Al contrario, è l'uomo migliore che si possa avere! ...L'unico uomo veramente giusto per me. Credi che in un uomo mi interessi la sua muscolatura? Beh, non è così!
- Uhm... ah. - Al tempo stesso soddisfatto dalla sua risposta ma avvilito per l'asprezza del suo tono, rigiro in mano il mio bicchiere.
In quel momento lei distoglie lo sguardo, come se qualcosa avesse attratto la sua attenzione. Si porta una mano all'orecchio... (dove, mi accorgo, è nascosto un piccolo auricolare) e ascolta una voce lontana. La vedo rispondere sottovoce, muovendo appena le labbra.
Poi si rivolge di nuovo a me. - Lupus in fabula, - mi fa. - Mio marito, appunto. Come ti dicevo, devo raggiungerlo al più presto allo spazioporto. - Si alza dallo sgabello. - Perdonami, ma non dipende da me...
Un rumore di vetri rotti la interrompe facendoci sussultare. La fonte del fracasso si trova alcuni tavoli più in là, dove a quanto pare King Kong e i suoi hanno trovato qualcuno che condivide il loro desiderio di azione. Sotto i nostri occhi, un alieno rettiloide si rialza da terra dopo una rovinosa caduta con tavolino rovesciato. Alcuni amici lo stanno aiutando, mentre gli altri squadrano i gorilla minacciosamente. E' tutt'un digrignare di denti, un sibilare serpentino, uno stringersi di pugni.
Mi alzo e prendo Elena per mano - Vieni, - le dico, - credo sia meglio affrettarci...
Pochi secondi dopo, siamo fuori. Appena in tempo: dall'interno sentiamo esplodere il frastuono dell'inevitabile rissa. Ridiamo, poi io la accompagno al più vicino ascensore gravitazionale, da dove potrà raggiungere una piattaforma di aerotassì.
Mi abbraccia, prima di andar via. - Buona fortuna, - mi fa.
- Anche a te, - le rispondo. - Spero di aver modo di rivederti, un giorno... - Mentre entra nel tubo antigrav aggiungo, rivolto alle sue spalle. - E grazie ancora per avermi aiutato! - Le porte si chiudono. Guardo il turboascensore salire.
Elena, bella Elena. Anche se tu non lo saprai mai, io sarò sempre con te, in un modo che non puoi neanche immaginare. E ti guarderò con gli occhi di qualcuno che ti vuole bene.
Alla prossima!



Sono solo. Di nuovo. Ma adesso le cose sono ben diverse: il mio piccolo esperimento ha funzionato, e io mi sento abbastanza rinfrancato da sottopormi senza timore al giudizio. Già il solo fatto di aver creato il bar è stato un bel successo... ma il meglio è giunto quando sono riuscito a materializzare anche Elena. E il gorilla. La sensazione di realtà che ne è risultata è stata... ubriacante. I personaggi sono riusciti così bene da rendersi imprevedibili, e da compiere le loro azioni in autonomia. Certo, questo mi ha fatto passare qualche brutto momento... ma ne è valsa la pena!
Ho acquistato fiducia, proprio come diceva K. Ora sento di poter ragionevolmente aspirare al successo. Sì, posso farcela. Senza più esitare, mi incammino verso l'edificio in cui si svolge il concorso. Là dove, come ogni aspirante creamondi, sarò sottoposto a una serie di esami per determinare il mio destino.
Creamondi. La più bizzarra e straordinaria categoria di persone mai esistita. Persone in grado di materializzare dal nulla i prodotti della propria immaginazione. C'è chi dice che siamo mutanti, nati in seguito all'evoluzione della specie. Altri invece sostengono che le nostre siano capacità che tutti gli esseri umani posseggono allo stato latente, e che emergano in seguito a determinati stimoli. Altri ancora propongono strambe teorie basate sulla magia o sulla religiosità. Io, dal canto mio, non mi affanno sull'argomento. So solo che mi ritrovo questo potere, buono o mediocre che sia, e che usarlo con la mia fantasia è la cosa che più di tutto amo al mondo.
Certo, vorrei poter dire che noi creamondi siamo importanti. Vorrei poter dire che non si può fare a meno di noi ...Ma mentirei. Il resto del mondo sembra a malapena interessarsi della nostra esistenza, e pochissimi prestano attenzione alle nostre creazioni. Sarebbe diverso, forse, se ciò che creiamo fossero persone e oggetti definitivamente reali e tangibili... se li si potesse sfruttare - per esempio - per muovere mattoni, per imbracciare fucili, per svolgere compiti concreti, per rafforzare determinate posizioni di potere. Già... Ma per fortuna - oh, sì, per FORTUNA - non è così: queste creature di fantasia non esistono davvero. Rarissimi sono i casi di personaggi che conservano la loro "solidità" anche in assenza del loro creamondi. L'unica impronta che possono lasciare sta nelle idee, nei pensieri e nelle emozioni. Il che, lasciatemelo dire, non è poco, anche se il mondo finge di non capirlo.
Imperturbati dal disinteresse di quasi tutti gli altri, i creamondi non rinunciano al loro gioco. E qui, proprio qui, nella mastodontica città anch'essa prodotta dalle loro menti, hanno eretto il loro piccolo regno indipendente, monumento alla fantasia, luogo in cui tutti gli universi hanno cittadinanza. L'unico posto in cui posso ottenere ciò che desidero: portare allo scoperto il mio dono, chiedere di essere riconosciuto, avere l'opportunità di frequentare più spesso la metropoli. E di farvi vivere i miei personaggi.
Ecco l'edificio del concorso. Non l'ho mai visto prima, ma lo riconosco subito. E' grigio, povero, prosaico come il mondo "reale". Pareti con l'intonaco scrostato, tetto di tegole, finestre con le persiane abbassate. Ben poco fantascientifico... Lo contemplo per qualche momento. Poi traggo, per l'ennesima volta, un profondo respiro. Salgo una serie di scalini, raggiungo la porta d'ingresso, giro la maniglia. Ed entro.


Ed eccomi.
Sono qui.



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