Pioggia di alieni #1 Data: 19/07/06
La prima sensazione che provai quel giorno, quando avvenne il patatrac, fu un incredibile senso di straniamento. Di irrealtà. Sapete, il tipo di sensazione che si prova nel vedere accadere ciò che fino a un momento prima si era creduto del tutto impensabile. Tipo, chessò?, nel sorprendere la propria donna a letto con un altro uomo. Oppure, nel vincere una lotteria miliardaria che ti cambierà tutta la vita. Vedere in televisione due aerei di linea scontrarsi con le Twin Towers. Scoprire che tuo padre è Darth Vader. Assistere all'invasione aliena della Terra. Insomma, nel veder succedere qualcosa di tanto orribile o inatteso da farti dire: - Oh, no, questo non può essere vero!
Durò solo pochi secondi, naturalmente. come potete capire, subito dopo dovetti per forza riscuotermi, e...
Ma... ? Opps, Vi chiedo scusa. Come mio solito, sto correndo troppo. E' un mio viziaccio del quale non riuscirò mai a sbarazzarmi. Ci riprovo. Stavolta, però, cercherò di partire dall'inizio, mettendoci, magari, un po' di ordine e di consequenzialità.
Ok?
*** *** ***
Asti era in festa, quel giorno.
In piazza Alfieri, la piazza a forma di trapezio che rappresentava il cuore stesso della mia piemontesissima città, il frastuono era totale. Sotto un sole così caldo che i suoi raggi sembravano quasi schiaffeggiarti il viso, una folla composta da almeno cinquemila persone riempiva ogni angolo della piazza con voci e risate. Chi sulle tribune, montate per l'occasione tutt'intorno alla pista e che offrivano la migliore visuale della corsa, chi sul parterre gratuito piazzato qua e là lungo il perimetro, chi ancora nella zona centrale della piazza, tutti si mostravano come ogni anno vivaci ed eccitati. C'erano VIP locali, assessori, consiglieri, imprenditori, professionisti, persone di spettacolo, piccole celebrità. Fotografi, giornalisti, cameraman, inviati di tv locali e nazionali (ok, più che altro locali). Famigliole con bimbi schiamazzanti, giovani in jeans e maglietta, anziani col bastone, mamme con ingombranti carrozzine, signore eleganti, attraenti fanciulle, vecchiette contegnose. Erano anche presenti molti ospiti provenienti dall'estero: turisti inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli e di non so quali altri paesi si mescolavano a noialtri indigeni, aggirandosi qua e là nei dintorni con espressioni (vere o simulate) di gran divertimento e di interesse.
E ovunque regnavano gioia e spensieratezza, nell'abbondanza di palloncini colorati, di gelati e di risate che allietavano il panorama. I cori entusiasti e le bandiere che sventolavano garrule al vento facevano sì che fossero ben pochi (a parte borseggiatori, ladruncoli e altri professionisti similari, che erano troppo impegnati a lavorare per potersi divertire) quelli tanto cinici, trasgressivi o egoisti da osar mostrare indifferenza.
Sì perché, anche se per il resto del mondo quella era una domenica qualunque, per Asti era invece una giornata molto speciale. Era il giorno in cui, come accadeva ogni anno quasi ininterrottamente da secoli e secoli, si correva nientepopodimenoché l'appassionante corsa del Palio. Era, questa, un'antica tradizione cittadina risalente al Duecento: una corsa equestre a celebrazione del santo patrono della città e a rievocazione di antiche vicende storiche non meglio precisate. Qualcosa di simile (per intenderci) al più famoso Palio di Siena.
Un evento attesissimo da gran parte dei miei concittadini. Non altrettanto da me, devo ammetterlo. Ero sempre stato piuttosto distaccato nei riguardi della manifestazione, e di solito mi limitavo a seguirla a distanza. Forse perché non ero un astigiano abbastanza "puro" per appassionarmene a dovere. O forse, al contrario e paradossalmente, perché avevo troppo del tipico tradizionale disincanto cittadino per farlo. Boh. Fatto sta che non mi strappavo i capelli per l'evento.
Un boato della folla richiamò la mia attenzione. Il canapo era caduto! Per mia sfortuna, ero piuttosto lontano dalla linea di partenza - mi trovavo sul parterre in un punto quasi dalla parte opposta della piazza - ma, aguzzando la vista, riuscii comunque a intravedere ciò che stava accadendo. Finalmente liberi dalla grande corda tesa (il canapo, appunto) che come da tradizione li aveva trattenuti sbarrando loro il cammino, i cavalli stavano adesso per lanciarsi in pista... ma quasi subito il sonoro scoppio di un mortaretto "istituzionale" si fece sentire, smorzando ogni entusiasmo. Era il segnale con cui il mossiere, colui che aveva il compito di controllare che l'allineamento stabilito in precedenza fosse rispettato, comunicava che la partenza era irregolare e che doveva essere annullata.
Il boato della folla si sgonfiò in un "oohhhh" di delusione, mentre i fantini, interrotto lo slancio delle loro cavalcature, si davano da fare per riportarle indietro e per rioccupare così (più o meno a fatica) la posizione di partenza.
Me l'ero aspettato. Era già da tre quarti d'ora che si andava avanti in questo modo... ed eravamo solo alla seconda delle tre batterie di qualificazione: la fase più noiosa di tutta quanta la giornata. Diedi con rassegnazione un'occhiata all'orologio. Erano già passate le sei. Non seppi trattenere un ciclopico sbadiglio, offrendo così a chi mi stava vicino l'interessante opportunità di osservare le mie tonsille e l'imboccatura dell'esofago. Dopodiché, mi voltai verso i miei amici. - Raga, - dissi, - mi sa che qui si va avanti fino a notte. In che pizzeria avete prenotato, per stasera?
Il barbuto Massimo, senza smettere di tener per mano la sua mogliettina Claudia (si erano sposati l'anno prima), esitò un istante prima di rispondere. - Ma... io non ho prenotato da nessuna parte. Pensavo che lo avessi fatto tu...
Oh-oh, pensai. - Ehm... io invece pensavo il contrario, - ammisi. - Vabbé, piccolo errore organizzativo.
Mio fratello Francesco, un ragazzo alto e magro, intervenne grattandosi la testa. - Io neanche sapevo che si volesse andare in pizzeria... - disse. - E adesso?
- Secondo me, - fece Massimo, conciliante, - non sarà un gran problema. Siamo solo in quattro, troveremo posto anche senza prenotare.
- Oggi? - disse Claudia, indicando la panoramica della piazza traboccante di gente. - Me sa dde no, maritino mio.
- Uhm, vero, - si corresse lui. - Sarà un macello.
- Forse io posso provvedere, - dissi rassicurante, estraendo con gesto teatrale il cellulare da una tasca. - Ho qui in rubrica i numeri delle nostre pizzerie preferite: le chiamerò da qui e proverò a prenotare al volo.
Massimo rispose alzando il pollice nel famoso gesto di Fonzie. Francesco disse: - Ochéi. - Claudia annuì. - Speriamo - disse.
E così mi attaccai al telefonino.
Mentre eseguivo l'operazione annunciata, dentro di me sospirai. Con i miei amici mantenevo una maschera di normale allegria, ed ero forse riuscito a ingannarli... ma in realtà non ero di umore granché allegro. Anzi, diciamolo pure, ero nero. Per me quello non era un momento particolarmente lieto. Il mio contratto temporaneo di lavoro presso un ente pubblico era appena terminato e, come fin dall'inizio mi era stato detto chiaro e tondo, non c'era stata nessuna possibilità non dico di un'assunzione a tempo indeterminato ma neanche di uno striminzito rinnovo del contratto. Onde per cui, lavorativamente parlando, ero di nuovo a spasso. E questo, alla tenera età di trenta e passa anni, era abbastanza... fastidioso, diciamo.
Se poi aggiungiamo alcune mie piccole delusioni personali a livello di amicizie, l'immancabile dose di grattacapi che fa da sfondo costante alle nostre vite, nonché una specie di noia esistenziale che mi aveva assalito da qualche tempo a questa parte, capirete meglio il quadro generale del mio stato d'animo.
Senza contare l'argomento forse più spinoso di tutti, e che faceva da ciliegina sulla torta: l'amour! Poche sere prima Lisa mi aveva detto, con alcuni affettuosi e alquanto pratici sms, che io ero molto molto molto simpatico, e che senz'altro ero un tipo che valeva... ma che proprio per questo ci teneva particolarmente a non rovinare la nostra meravigliosa amicizia. Lei si conosceva, mi disse, se avesse lasciato che mi illudessi, non avrebbe fatto altro che ferirmi. Dovevamo. Restare. Amici. Io però ancora non mi ero arreso...
Lisa, mia bella Lisa. Brunetta con gli occhi scuri, snella ma non troppo, un viso attraentissimo sempre imbronciato e un vistoso piercing sul labbro inferiore. Da almeno un paio di mesi era sempre al centro dei miei pensieri. Dal giorno in cui, mentre a piedi stavo tornando a casa dal lavoro, l'avevo incrociata casualmente... e ne ero rimasto subito attratto. Incantato. Era una bellezza spontanea, grezza, completamente diversa da qualunque ragazza avessi frequentato prima di allora. Dopo quel primo giorno avevo fatto di tutto pur di rincontrarla "per caso", lì o in qualunque altro posto. E quando succedeva, il mio sguardo, nel quale alternavo con sapienza la candida timidezza di un liceale con il virile ardimento di un uomo sicuro di sè, si posava sempre su di lei. Dentro di me, però, ero incerto: quale sarebbe stato il modo giusto di avvicinarla? Non ero mai stato uno con facilità di approccio con le ragazze... Finché un giorno, con mia grande sorpresa, era stata lei a rompere il ghiaccio. Al nostro ennesimo incrociarsi per strada con allegata mia occhiata seducente, si era rivolta verso di me e mi aveva parlato con voce flautata:
- Minchiacazzo, ma che hai sempre da guardare?
Lo ammetto, non era stato il più promettente degli inizi... ma era pur sempre qualcosa. Deciso a non arrendermi, avevo intavolato una chiacchierata e, facendo leva un po' sulla mia simpatia e un po' sulla faccia tosta, ero riuscito pian piano a entrare nelle sue grazie. Da quel giorno, ci eravamo visti diverse volte e, anche se adesso era venuto fuori che lei pensava a me solo come a un amico, io non smettevo di sperare in qualcosa di più.
Per il Palio, le avevo proposto di unirsi al nostro gruppetto e di passare insieme a noi la giornata... ma aveva dovuto dirmi di no. Le sarebbe piaciuto esserci, ma non poteva uscire di casa per nessun motivo: doveva studiare come una disperata per un esame vicinissimo. Peccato. Sarebbe stato per la prossima occasione.
Per l'ennesima volta, cadde il canapo. Nuovo boato del pubblico. I cavalli si gettarono in avanti, con lo stesso impeto che avevano avuto in tutti i tentativi precedenti, e corsero. E corsero ancora. E, mentre nessuno scoppio di mortaretto si faceva udire, divenne chiaro che finalmente... questa partenza era valida! Il rumoreggiare del pubblico, che si rendeva conto della cosa nello stesso istante in cui me ne rendevo conto io, crebbe. Nonostante la mia pretesa indifferenza, trattenni il fiato, mentre le mie mani si chiudevano a pugno sulla transenna alla quale ero appoggiato. Momenti di eccitazione. Il cuore che batteva forte, il suono degli zoccoli che colpivano il terreno, il tifo del pubblico, le grida, i fantini che maneggiavano il frustino, la nube di polvere che si sollevava... il folle delirio di tutti! Che spettacolo. "Ben Hur" ci faceva una pippa, a noi! Vidi i cavalli arrivare lungo il lato della piazza e poi con un gran frastuono di zoccoli passare davanti a noi, nella pericolosa curva nord della piazza.
Moltissime erano le grida di incitamento che si sentivano... ma ce ne fu una in particolare che riuscì a raggiungere la mia attenzione. - Vai, santa Caterina! - gridava con entusiasmo la vocetta alla mia destra. Udendolo, immediatamente sentii un campanello d'allarme suonare nel mio cranio. Drrrrrrrrriin! Qui c'era qualcosa che davvero non andava. La padrona della voce, se davvero era quella che pensavo io, non poteva essere lì. Mi voltai piano, già presentendo la mazzata.
Et voilà. A pochi metri da me, appoggiata a una transenna, c'era proprio lei, Lisa. Chiaramente ignara della mia presenza, prestava tutta la sua attenzione alla corsa. Accanto a lei c'era un ragazzo alto e palestrato, capelli corti e dritti, che indossava jeans effetto invecchiato e una camicia bianca aperta sul collo. Cingeva con un braccio la vita della ragazza, e rideva insieme a lei. Proprio mentre guardavo, la sua mano, agendo con una naturalezza che denunciava l'abitudine, scese in basso, fino al sedere della ragazza coperto dai pantaloncini. E lì rimase, indisturbata, senza che lei desse il minimo segno di fastidio.
Ebbi un capogiro. E una sensazione come di... straniamento. Fu come se la mia mente si stesse separando dal mio corpo. Non stavo più guardando Lisa, stavo guardando me stesso che guardavo Lisa con occhi sgranati. Un po' come in quelle strane storie di morte temporanea sul tavolo operatorio, in cui il paziente racconta di essersi trovato a fluttuare come un fantasma al di sopra delle altre persone e di aver guardato tutto dall'alto. Magari, di aver anche dato qualche suggerimento al chirurgo.
Lisa. Non fraintendetemi. So che la mia reazione può sembrare eccessiva (per un trentenne medio che aveva già, come tutti, la sua esperienza in delusioni amorose) ma quella per me era davvero la goccia che faceva traboccare il vaso. L'ultimo tocco che mi serviva per colorare di nero pece gli ultimi scampoli del mio già non eccelso buonumore.
Digrignai i denti. Mi venne voglia di mandare a quel paese tutto e tutti. Per quel che mi importava, pensai, il mondo intero poteva anche sparire in quel momento.
E fu allora... fu allora che accadde.
Cominciò con l'ombra, e l'improvvisa frescura. Dapprima, vedendo che il calore del sole non mi colpiva più, pensai - e come me lo pensarono tutti, immagino - che una nuvola passeggera avesse oscurato momentaneamente il sole. Ma poi mi accorsi dell'innaturale velocità con la quale l'ombra si stava allargando su di noi. Era troppo veloce. Nel giro di pochi secondi, aveva coperto tutta la piazza, dal lato in cui mi trovavo io a quello opposto. Era come se qualcuno stesse stendendo un'enorme coperta sopra tutti noi. Ma cosa diavolo... ?, pensai. E così, mentre calava d'improvviso un silenzio irreale, attonito, su diverse migliaia di persone, mentre perfino i cavalli smettevano di correre, e si impennavano nitrendo in preda al terrore, alzai gli occhi verso il cielo.
E vidi l'astronave, sospesa proprio sopra di noi.
Oh, no, pensai. Questo non può essere vero!
[continua]
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