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Sezione: Racconti

Pioggia di alieni #2
Data: 25/07/06

La nave aliena incombeva su di noi, immobile e silenziosa. Una gran massa nera, un colosso da incubo che sembrava riempire il mondo intero. Sospeso venti metri più in alto dei palazzi circostanti, era un disco scuro, rotondo, enorme, a tal punto che non si riusciva nemmeno ad abbracciarlo tutto con lo sguardo. In confronto ad esso quella piazza, che pure era di dimensioni rispettabili, sembrava non più grande del cortiletto che si trovava dietro casa mia.
Col naso in su e la bocca spalancata, lo guardavo, senza parole. Alieni. Non riuscivo a crederci. Chi erano? Da dove venivano? Cosa volevano da noi? Erano amici? Nemici? Semplici conoscenti? E cosa mai li aveva spinti ad attraversare le inconcepibili distanze dello spazio per venire fin qui? Ad ASTI, poi?
Non poteva essere vero, mi ripetei. Era solo un'allucinazione. Doveva avermi dato di volta il cervello. Interrogai la mia sanità mentale, cercando una qualche rassicurazione... ma la trovai invece che stava riempiendo le valigie in fretta e furia, per levare le tende al più presto. Non potei darle torto: vivere in un mondo di completo delirio, insensatezza e scarse soddisfazioni era già abbastanza stressante, ma trovarsi davanti qualcosa che alzava ancora vertiginosamente il livello del demenziometro... beh, questo era davvero troppo.
Per alcuni secondi, i nuovi ospiti da un altro mondo non fecero niente. Niente di niente. La colossale struttura si limitò a ruotare con estrema lentezza sopra di noi. Una corona di luci distribuite a intervalli regolari lampeggiava a intermittenza sul bordo del disco, mentre i suoi motori antigravità (o, insomma, quello che erano) emettevano una cupa vibrazione appena percettibile.
All'ombra del gigantesco oggetto, brividi percorrevano le schiene di noi terrestri, paralizzati dallo stupore e come schiacciati dalla coscienza della nostra piccolezza. I cavalli in pista, scalpitando di terrore e nitrendo, raccomandavano le loro anime alle divinità equine, qualunque esse fossero. Tra il pubblico, persone che normalmente mai avrebbero familiarizzato tra loro si stringevano impaurite le une cion le altre: belle ragazze con nerd, operai con imprenditori, leghisti con immigrati, cani con gatti, vittime con borseggiatori. Qualcuno pregava, qualcun altro approfittava dell'occasione per immortalare l'evento con la fotocamera del cellulare. Da qualche parte vicino a me, un quindicenne mormorò: - Fiiiigo! - Nella tribuna dei VIP Bruno Gambarotta, il noto giornalista e personaggio televisivo, pronunciò una frase degna dei libri di storia: - Oh, basta là!
E subito dopo il fulmine colpì.

Sotto certi aspetti fu deludente. Non si vide nessun brillante fascio di luce, nessun raggio della morte distruttivo. Ci fu solo l'esplosione. Un botto tremendo che mi fece battere i denti per il contraccolpo, e che fece andare in pezzi tutti i vetri esistenti nel raggio di un paio di chilometri. D'istinto, alzai un braccio per ripararmi il capo, mentre frammenti di terriccio e di porfido schizzavano in tutte le direzioni. Subito dopo guardai, attraverso la nube di polvere sollevata, il quadro che mi si presentava. Un pezzo della pista era scomparso, lasciandosi dietro un cratere largo due o tre metri. I cavalli si erano imbizzarriti e tra alti nitriti stavano costringendo i fantini a fare una fatica d'inferno per riuscire a restare in sella. Mentre guardavo, un lampione poco distante dal punto colpito si inclinò e poi, dopo essere rimasto per qualche secondo come indeciso sul da farsi, piombò rumorosamente a terra.
Uhm, pensai. A occhio, non sembravano molto amichevoli.
Alla prima esplosione ne seguì una seconda, altrettanto fragorosa, che fece volare in mille pezzi la tribuna dei vip. Una nube di fuoco misto a fumo si gonfiò sotto gli occhi del pubblico. Frammenti metallici, schegge di legno, vip vari dall'aria piuttosto contrariata e loro consorti ingioiellate vennero proiettati in tutte le direzioni. Molte di quelle persone veramente importanti, tra le quali il sindaco e vari assessori, persero la vita in quel frangente. Tra gli altri, anche Gambarotta. Per lui mi dispiacque, tra tutti mi era sempre stato simpatico.
Inutile dire che a quel punto la folla aveva ormai perso da un pezzo la sua sbigottita immobilità. A dir la verità credo di non aver mai visto qualcosa di meno inerte e immobile del panorama che in quel momento si offrì ai miei occhi. Tra un'ondata di strilli, migliaia e migliaia di persone decisero contemporaneamente di alzare i tacchi, e di raggiungere al più presto possibile un altro posto. Qualunque altro posto. Molti di quelli che stavano sul parterre erano nella posizione ideale per darsi rapidamente alla fuga, e non ci pensarono due volte. Indietreggiarono, si girarono e cominciarono a scappare. Coloro che si trovavano in alto, invece, sulle tribune, dovevano prima gettarsi sulle scale metalliche e scendere al livello del suolo, per poi solo dopo mettersi in salvo. In un batter d'occhio, vidi formarsi là, sopra una calca da far spavento.
Qualcuno mi afferrò una spalla. Mi voltai, era mio fratello Francesco, con l'urgenza negli occhi. Dietro di lui, Massimo e Claudia, pallidi. - Dobbiamo andarcene! - mi gridò Francesco. - Subito!
Esitai, poi: - Certo, - riuscii a rispondere, con voce gracchiante. E senza dire altro tutti e quattro ci tuffammo nella bolgia che ci circondava.
Per uscire da quella trappola, dovevamo infilarci sotto i portici, percorrervi un tratto di pochi metri e subito dopo sbucare in corso Alfieri, un'arteria della città che correva da ovest a est. In una situazione ordinaria, sarebbe stata questione di tre secondi, a dir tanto. Ma quel giorno no. Eh, no, decisamente no.
Una volta che fummo sotto i portici, immersi nel mare dei fuggitivi, scoprimmo che avanzare era cosa ben più difficile del previsto. Quasi all'istante ricevemmo spintoni, calci e gomitate da tutte le direzioni, a tal punto che facemmo fatica a mantenere l'equilibrio. Ci trovavamo in un inferno dantesco, quasi peggiore di una discoteca in una serata di punta (quasi, comunque: l'ultima volta che ero stato in disco avevo riflettuto sull'opportunità di portare con me un machete per farmi largo). Impegnato a cercare di sopravvivere in quel carnaio, un pensiero mi tornò alla mente. Dov'era finita Lisa? L'avevo persa di vista fin dalla prima esplosione, e adesso non riuscivo a scorgerla da nessuna parte. Né lei né il suo ganzo. Dove potevano essere? Dove?
Ricevuto dalla calca un calcio più formidabile degli altri, voltai la testa per complimentarmi con l'artefice... e mi trovai davanti una vecchina dalla corporatura esile che ricambiava il mio sguardo con grugno combattivo. Rimasi a bocca aperta nel riconoscerla: era la cartolaia, la signora presso la quale da sempre mi rifornivo di carta, penne e articoli consimili! Una signora squisita e gentilissima, con la quale molte volte mi ero fermato a fare quattro chiacchiere. Una volta avevo perfino avuto l'impressione che si fosse messa in testa di farmi sposare sua figlia. Ma questo era il passato: adesso stava facendo sfoggio di uno sguardo iniettato di sangue, aggressivo quanto quello di una star del wrestling, e dava l'idea che, per salvarsi, non avrebbe esitato a passare sul mio cadavere ballando il tip-tap.
Ricambiai la sua espressione di sfida, poi con una acida smorfia distolsi lo sguardo. Peggio per lei, pensai. Aveva appena perso un cliente.
La ressa e le formidabili spinte che dovevo sopportare erano tali che in un momento più terribile degli altri sentii i miei piedi perdere contatto con il suolo, e il mio corpo venire sballottato di qua e di là. Impallidii, e i capelli mi si rizzarono in testa ancor di più. Ero a un passo - realizzai - dall'essere travolto e calpestato! Io, che avevo sempre sperato in una pacifica morte di vecchiaia nel mio letto, in mezzo ai miei nipoti, canuto e rispettato. Oppure, se questo non fosse stato possibile, in un qualche tipo di valorosa morte eroica... sui cui particolari in verità non mi ero mai soffermato a pensare. E invece stavo per concludere i miei giorni lì, stupidamente, in quello stupido posto, in mezzo a stupida gente. Calpestato dalla cartolaia. Serrai i denti. No, non sarebbe successo! Sgomitai, feci forza, mi dimenai, finché i miei piedi toccarono di nuovo terra e riuscii a riacquistare un po' di equilibrio. Sospirai di sollievo.
Dopo quella che mi era parsa un'eternità, uscimmo dai portici e sbucammo in corso Alfieri, alla luce del sole. Per un momento, mi illusi che il peggio fosse passato... Ma questo pensiero era destinato ad avere vita breve, e a rivelarsi nent'altro che l'ennesimo esempio di una mia inguaribile tendenza all'ottimismo ingiustificato. In quel preciso momento infatti l'ennesimo urlo proveniente da cento persone si levò come un'ondata. Era apparso sopra le nostre teste, e stava sfrecciando con disinvoltura tra i palazzi, un altro oggetto volante, molto più piccolo del malefico disco ma altrettanto spaventoso. Non era l'unico, mi accorsi: altri del tutto simili (e senz'altro tutti provenienti dall'interno del disco-madre) graffiavano il cielo sopra la città. Erano neri, letali, aerodinamici, con una forma che mi fece pensare a quella di un pipistrello. In effetti, sembrava di vedere un qualche tipo di gadget tecnologico uscito dai film di Batman.
L'agile velivolo che si trovava sopra di noi planò ronzando tra i tetti e si tuffò in basso, sulla folla indifesa. Come prima reazione, impallidii come un cencio lavato. Ci fu l'ennesimo record di strilli, e un fuggi-fuggi generale di persone che si sparpagliavano cercando la salvezza. Ma l'oggetto fece fuoco senza pietà, emettendo un... un... beh, una specie di fascio di luce distruttivo. Un laser, un raggio della morte di qualche tipo. Là dove colpiva, le sue vittime ne venivano istantaneamente disintegrate. O meglio, "disincarnate": la carne spariva, e restavano solo le ossa... le quali, dopo aver speso un secondo o due per prendere atto dell'accaduto, cascavano poi rovinosamente a terra.
La raccapricciante visione mi mise le ali ai piedi: un istante dopo esserne stato testimone, mi ritrovavo già a correre a perdifiato lungo corso Alfieri, in direzione ovest. Il panico aveva annullato qualunque altro pensiero. Per il mio intelletto obnubilato dal panico l'intero mio piccolo e meschino universo si fosse concentrato nell'atto di muovermi con la massima celerità possibile. Fu solo un po' più tardi, dopo alcune centinaia di metri, che mi resi conto di essermi separato da Francesco e dagli altri. Non si vedevano da nessuna parte. Evidentemente, nella foga della fuga avevano preso un'altra direzione. Rifiutandomi di pensare all'altra ipotesi, quella peggiore - che cioè fossero stati vittime della esecrabile frenesia assassina aliena - mi dissi che con un po' di fortuna sarei riuscito a rincontrarli più tardi. Sempre che fossi riuscito a sopravvivere anch'io...
Dopo il primo assalto, il pipistrello dispensatore di morte che si trovava alle mie spalle si sollevò fendendo l'aria... e poi ripiombò giù sadicamente, per spargere altro terrore sulla folla. Il suo raggio colpì ancora, e ancora, scheletrizzando altre persone. Se questo fosse stato un film, e io fossi stato in sala a godermelo masticando pop-corn, avrei commentato con una certa soddisfazione che si trattava di un effetto speciale abbastanza ben riuscito, sebbene (diciamolo!) di concezione scontatissima e quasi più vecchia di Andreotti. Ma questo, purtroppo, non era un film, né un fumetto, né un libro, e nemmeno una storia trovata su Internet. Era l'orribile, tragica realtà.
Oppure no? Come ho già detto, ogni cosa sembrava così assurda che non mi sarei stupito se si fosse rivelato tutto un sogno, provocato magari dall'aver mangiato pesante la sera prima. Ah, ah, ma certo, non poteva che essere così. Ne ebbi l'improvvisa certezza: da un momento all'altro mi sarei risvegliato - adeguatamente inzuppato di sudore - nel mio letto, dove avrei profferito qualche colorita parolaccia per poi rigirarmi tra le lenzuola. E il mattino dopo avrei dimenticato tutto. Ah, ah, ah!
Mentre ero intento in queste elucubrazioni, gli alieni fecero esplodere davanti a me una Ferrari da seicento milioni parcheggiata abusivamente in zona pedonale. La carcassa fiammeggiante dell'auto venne sollevata in aria dalla violenza del colpo, si capovolse a mezz'aria al rallentatore e poi ripiombò a terra con gran fracasso. Diamine, pensai impressionato. Mi interrogai sulla possibilità che un simile incidente fosse contemplato dall'assicurazione auto del proprietario... ma mi risposi che l'eventualità era molto molto improbabile.
Un istante dopo, alla mia sinistra, fu l'ottocentesco Teatro Alfieri a saltare per aria, investito dai raggi invisibili della nave-madre aliena. Fu un'esplosione eccezionale, di quelle che si vedono nei film catastrofici americani. WHAAM! Milioni di schegge e frammentini dell'elegante edificio volarono gloriosamente in alto, più in alto del sole e poi ancora più su... e poi come pioggia ricaddero giù. Lo sapevo, pensai con tristezza passando oltre. Avevamo aspettato più di vent'anni prima di vederlo restaurato e riaperto, 'sto benedetto teatro, ed ecco che in venti secondi scarsi si era di nuovo al punto di partenza.
Poi, una cinquantina di metri davanti a me, toccò al bar Ligure, ben conosciuto ed esclusivo ritrovo dei rampolli della buona gioventù astigiana. L'esplosione in realtà annientò direttamente solo il primo piano del palazzo... ma l'integrità dell'edificio ne fu compromessa a tal punto che un istante dopo crollò tutto con uno schianto. L'amato luogo che tante ore della nostra giovinezza vide (e che si trovava per la maggior parte al pianterreno) fu interamente seppellito sotto le macerie. Tragedia.
Ohibò, pensai, senza rallentare di un millimetro il mio ritmo e anzi, alla luce degli ultimissimi sviluppi, se possibile intensificandolo. Il Palio, il Teatro Alfieri, il Ligure... se non fosse stato ridicolo, si sarebbe detto che gli alieni avessero deciso di prendersela sistematicamente con i maggiori punti di riferimento di noi giovani del posto e dell'astigianità tutta. Fortunatamente, riflettei, si erano fatti vivi solo adesso e non la settimana prima, quando c'era il Festival delle Sagre, la mia amata sagra mangereccia con specialità culinarie locali. Se mi avessero privato della possibilità di gustare le frittelle di Cessole o la bruschetta di Grazzano Badoglio, sarebbe stato un colpo basso davvero imperdonabile.


[continua]



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