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Sezione: Racconti

Pioggia di alieni #3
Data: 31/07/06

E così, alla fine era successo davvero. Dopo che avevamo passato più di un secolo a corteggiarli con la nostra ingenua fantascienza, gli alieni avevano deciso a sorpresa di prenderci in parola... e di farsi vivi realmente! Dopo Wells e la sua "Guerra dei mondi", dopo l'"Invasione degli Ultracorpi", l'Eternauta, "UFO", "I Visitors", "Mars Attacks", "Indipendence Day", "Signs", i romanzi del ciclo degli Chtorr, quelli di "Invasione", valanghe di fumetti, di cartoni animati giapponesi, eccetera eccetera eccetera eccetera (compreso anche quel film ambientato a Genova, "Invaxon")... ecco che d'un tratto erano finiti gli scherzi. Adesso si faceva sul serio.
Come ebbi modo di scoprire più avanti, in realtà l'attacco non aveva avuto inizio con la mia città. Il fatto che tutto fosse avvenuto proprio il giorno del Palio di Asti era solo una assurda, improbabilissima coincidenza. Un piccolo scherzo del destino. Da che mondo è mondo, infatti, i bersagli principali delle invasioni aliene sono sempre state le grandi metropoli. New York, Washington, Parigi, Londra, Tokyo... Logico, no? Se sei un alieno tentacoluto (o zannuto, o scaglioso, o fornito di chele, o branchiuto, o insomma dotato di interessanti particolarità fisiche che rimarcano la tua mostruosità e la tua distanza da noi bravi e buoni esseri umani) e vuoi conquistare il mondo, è naturale che comincerai cercando di colpire i punti vitali del pianeta. Di sicuro non lo farai con Ast. A meno che, ovviamente, tu non abbia preso le mappe alla rovescia.
Gli invasori avevano studiato la Terra e la sua civiltà per decenni, prima di attaccare. La loro colossale flotta aveva atteso, nascosta sulla faccia oscura della Luna, dalla fine degli anni Cinquanta fino a oggi. Ci avevano osservato. Avevano spiato le trasmissioni provenienti dal nostro pianeta, riuscendo così a conoscere la cultura, la storia e l'arte dell'umanità tanto quanto le conoscevamo noi stessi (anzi, probabilmente meglio, immagino: provate a chiedere all'uomo della strada chi è il suo pittore preferito e poi sappiatemi dire).
Interi decenni passati in quel modo. Un fatto, questo, che ancora adesso non smette di stupirmi. Altri al loro posto avrebbero attaccato molto prima, senza perdere tutto quel tempo. Io avrei fatto così. E anche voi, ci scommetto. Ma loro no. Loro ragionavano diversamente. Sentivano di dover attendere il meticoloso perfezionamento dei loro piani d'aggressione. Nulla doveva essere lasciato al caso. Erano una contraddizione vivente: una razza guerresca, violenta e aggressiva... ma con la disumana pazienza dei ghiacciai. Misuravano il tempo in ere geologiche, in eoni, in millenni. Cinquant'anni per loro non erano nulla. Ci mettevano delle ore intere anche solo per farsi una doccia.
Solo intorno all'anno Duemila (più o meno in coincidenza con il dilagare dei reality show, il che a mio avviso rende lampante l'esistenza di una qualche connessione tra i due eventi) avevano deciso che era giunto il momento di porre fine alla razza umana, e avevano dato inizio ai preparativi finali dell'attacco. Soldati erano stati scongelati dalla stasi criogenica. Addestramenti erano stati portati a termine. Immensi quantitativi di armi e di energia erano stati preparati. E adesso, finalmente, tutto era pronto. In quel giorno ferale le loro astronavi più possenti, cento volte più grandi di quella destinata ad apparire sulla mia città, attaccarono contemporaneamente le metropoli chiave di tutte le più grandi potenze del mondo. USA, Cina, Russia, Inghilterra, Francia, Germania, Giappone... E, per qualche oscuro motivo che ancora adesso mi sfugge, anche Italia. Non so perché. Forse gli alieni erano stati ingannati dai nostri telegiornali nazionali, che ci descrivevano appunto come una delle massime potenze. O forse, con mio stupore, avevano ragione e davvero eravamo una potenza. Ma l'ipotesi più probabile è che avessero così tante astronavi a disposizione da potersi permettere il rischio di sprecarne qualcuna infruttuosamente, e che quindi non siano stati tanto a sottilizzare.
Erano le sei circa ora italiana di quella luttuosa domenica quando l'attacco si scatenò, in contemporanea mondiale. Le cinque astronavi di stazza galattica che dovevano occuparsi dell'Italia scesero sulle città a loro assegnate - Roma, Milano, Torino, Napoli (e, piuttosto stranamente, Lucca) - e le devastarono. Non furono rilevate dalle nostre primitive strumentazioni se non quando ormai era troppo tardi. In questo, giocava a loro favore una sofisticatissima tecnologia di occultamento messa a punto dai loro scienziati, che avevano preso l'idea da vecchi episodi di Star Trek. Fu questo a segnare la nostra sconfitta. Qui come nel resto del mondo, tutti fummo colti di sorpresa. Il governo, che incredulo stette a stropicciarsi gli occhi e le orecchie davanti all'inaspettato. Le forze armate, che tentarono senza troppa convinzione una reazione destinata al fallimento. La popolazione, fino a un momento prima impegnata a preoccuparsi solo del fatto che domani era lunedì e d'improvviso proiettata in un film hollywoodiano particolarmente trito e ritrito.
Mentre erano intente in prima persona nella loro occupazione principale (piallare i centri abitati italiani più grandi e ridurre a zero ogni possibile forma di resistenza), le cinque navi-madre si presero il disturbo di liberare ciascuna un nugolo di astronavi relativamente più piccole, incaricate di spargere con cura il terrore sul resto del territorio. In particolare, la mega-astronave che si stava dando da fare su Torino scatenò sul Piemonte otto di questi dischi volanti... i quali senza perdere tempo si sparsero a raggera sui centri abitati circostanti. E fu così che, mentre l'area della devastazione in Piemonte si allargava, e le colline e le città e tutto ciò che sia pure sonnolentamente viveva veniva messo a ferro e fuoco, uno di questi dischi finì con il capitare su Asti...
Ecco, questo era il quadro generale. E in mezzo a tutto questo disastro planetario, c'ero io, nella mia piccola città, intento a correre come una lepre per salvare la ghirba.

*** *** ***

Una strada laterale! Adocchiata l'occasione, non esitai ad approfittarne, e mi gettai lì a destra. Era una piccola viuzza semideserta, nella quale seppi subito che sarei riuscito ad avere un po' di respiro.
Altre persone mi imitarono e, sfruttando la mia stessa brillante pensata anticonformista, si sganciarono dal gregge di corso Alfieri e si tuffarono nella stradina. Si trattava solo di una esigua minoranza, purtroppo. La stragrande maggioranza delle persone in fuga, in base a una logica che a me sfuggiva, sembrò ritenere mossa più azzeccata il continuare a muoversi in campo aperto, fare da bersaglio facile e scommettere sulla probabilità di essere trasformati in graziosi scheletrini. Scelta opinabile, se mi è concesso di esprimere un parere.
Non rallentai la mia corsa. Una parte della mia mente notò distrattamente che il fracasso proveniente dal corso principale, sebbene ancora udibile, era ora molto attutito, e che calava un altro po' man mano che mi allontanavo. Riuscii a sentire di nuovo il suono dei miei stessi passi in corsa, così come i passi delle altre persone intorno a me e i loro respiri affannosi. C'era anche un altro suono, simile alla sirena di un'ambulanza, che identificai solo dopo qualche secondo: era il suono miagolante degli allarmi antifurto di mille automobili (e forse anche di qualche allarme casalingo) che evidentemente erano scattati tutti assieme in seguito alle esplosioni e allo sconquasso generale.
Un altro rumore che mi martellava nelle orecchie era infine quello del mio battito cardiaco, ancora a mille. Questo in particolare, unito al mio respiro ansimante e al sudore che inzuppava i miei abiti, mi suggerì che forse era il caso di fare una breve pausa per riprendere fiato. Rallentai. Dopotutto, potevo permettermelo: in quella stradina per il momento ero relativamente al sicuro. Mi fermai, appoggiai la schiena ad un muro e, mentre aspettavo che il mio respiro si normalizzasse, mi guardai intorno.
Un istante dopo mi irrigidii. Tra le persone che in quel momento stavano correndo lungo la viuzza, arrivando dalla stessa direzione dalla quale ero arrivato io, c'era la signora Armandi. Proprio lei, la mia antica (in tutti i sensi) insegnante di Scienze delle superiori!
Oh, no! pensai. Non ci voleva anche questa. Tutte le volte che incontravo quella insopportabile donna, non si poteva sfuggire a qualche minuto delle più torturanti conversazioni. Quasi immancabilmente finiva con la raccomandazione di mettere la testa a posto, di trovare una brava ragazza e di mettermi a fare un lavoro stabile, una buona volta. Ovviamente, che la sfuggevolezza di queste cose non dipendesse dalla mia volontà non le passava nemmeno per la testa.
Mi preparai al peggio. Invece, la signora Armandi mi passò davanti senza nemmeno accorgersi della mia presenza. Aria stravolta, capelli scompigliati. Le mancava una scarpa. Doveva avere qualche problema: ai tempi della scuola era sempre stata in perfetto ordine. La guardai allontanarsi tra decine di altre persone senza degnarmi di un'occhiata. Tirai un sospiro di sollievo. Scampato pericolo. Era proprio la mia giornata fortunata.
A questo punto cercai di riordinare le idee, come l'essere razionale e padrone di me che ero o che credevo di essere. A differenza di quello che avevo creduto nei minuti precedenti, durante i quali ero convinto che il mio addio a questa valle di lacrime fosse ormai cosa imminente, stavo cominciavo a pensare che forse, se avessi continuato a stare molto molto attento, e se avessi avuto fortuna, sarei riuscito a uscirne vivo. Come conseguenza di questo mutato stato d'animo, nel mio cervello ripresero il loro spazio pensieri un po' più articolati del semplice "corri più forte!" di poco prima.
Il primo pensiero che mi si ripresentò... non fu quello di Lisa, come forse avrete pensato: la mia insulsa infatuazione per quella ragazza sembrava essere evaporata nel momento stesso in cui avevo capito la sua reale assenza di interesse per me. Da allora non l'ho mai più vista, né, credetemi, ho pensato a lei più di tanto. No, il mio primo pensiero fu per... Francesco! Il mio caro fratellino! Da quando ci eravamo persi di vista erano passati solo pochi minuti ma nel giro di quel breve seppur concitato lasso di tempo poteva già essere arrivato ovunque. Dovevo cercare di ricontattarlo. Senza esitare un istante estrassi il cellulare di tasca, composi il suo numero e attesi speranzoso che lui mi rispondesse.
Invece, non mi arrivò altro che il silenzio di un telefonino muto. Nessun segnale, nessun tuut-tuut, nessun messaggio preregistrato. Niente di niente. Come era possibile?, mi chiesi, confuso.
Inutile dire che la mia cosiddetta lucidità mentale faceva ridere i polli: come potessi aspettarmi che la rete telefonica mobile potesse ancora funzionare normalmente dopo le devastazioni in atto (e delle quali gli orrori di Asti erano, come ho detto, solo una piccola parte) è per me adesso, a posteriori, fonte di inesauribile meraviglia. Probabilmente a quel punto tutti i nostri mezzi di comunicazione erano già fuori uso. Anzi, non mi sarei stupito di scoprire che gli alieni come prima cosa avevano azzittito proprio quelli.
Resomi conto della mia ingenuità, scossi la testa. Che stupido che ero stato, pensai. E ridacchiai in segno di autodeprecazione.
Provai con il numero di mia madre.
Non vi sarà sfuggito, immagino, che la mia logica continuava a fare acqua da tutte le parti. Abbiate pazienza: dovete rendervi conto di quale potesse essere il mio stato d'animo. Ma, se non siete mai stati in mezzo a un'invasione aliena durante il giorno del Palio di Asti, non credo possiate capire.
Provai invano anche il numero di mio padre, dopodiché riposi il telefonino con un'imprecazione. A quel punto, non restava altro che usare la testa. Ragionare. Dove poteva essersi diretto mio fratello? In che modo potevo sperare di rintracciarlo? E, già che ci siamo, che ne era dei miei genitori?
Come ricordai con sollievo, loro quel giorno erano fuori città: avevano fatto un salto ad Alba, a trenta chilometri da lì, per trovare dei vecchi amici. Questo significava che era stata loro risparmiata l'esperienza dell'orrendo disco volante e della distruzione di Asti. Probabilmente erano incolumi e stavano bene. O almeno, lo erano (mi resi conto con l'equivalente mentale di un sussulto) se si ammetteva che ad Alba tutto fosse rimasto tranquillo e in pace... cosa sulla quale non mi sentivo di scommettere.
Quanto a mio fratello, non sapevo che pesci pigliare. Poteva essere ovunque. Però... Però, riflettei, era possibile che come sua prima meta si fosse diretto verso casa sua, nel bilocale di corso Torino (zona nord-ovest di Asti) dove stava in affitto. Sì, aveva senso. Un po' perché tutte le sue cose erano lì, un po' perché, se anche lui come me stava pensando al modo di ribeccarci, quello poteva essere un ottimo punto per un tacito rendez-vous. Decisi che avrei provato a incamminarmi da quella parte. Non c'era nessuna garanzia che avessi indovinato, ovviamente, era solo una mia sensazione... ma era pur sempre qualcosa.
Un improvviso suono ronzante mi agghiacciò il sangue nelle vene. Il mio sguardo scattò verso l'alto... e potei vedere uno di quei micidiali pipistrelli che stava volteggiando inquietantemente proprio sulla mia verticale. Chiunque fosse a pilotare l'oggetto, aveva con tutta evidenza preso sul serio il suo lavoro di giocare al gatto col topo con noialtri locali, e stava cercando di svolgerlo al meglio. Esitò, apparentemente intento a valutare le potenziali vittime e frenato solo dall'imbarazzo della scelta... e poi si gettò tra i bassi palazzi proprio nella mia viuzza.
Oh, CAZZO!
Avevo creduto che le dimensioni ristrette della strada impedissero uno scherzetto di questo genere... ma mi ero sbagliato. Nonostante i limiti di spazio, il pipistrello manovrava infatti con un'agilità e una sicurezza da far invidia a "Top Gun". L'adrenalina fece il suo lavoro, facendomi letteralmente balzare via dal punto in cui mi trovavo e galvanizzando i miei muscoli. Gambe in spalla! Nella via le grida di panico e di terrore delle altre persone presenti, e intente nella mia stessa attività, si moltiplicarono a dismisura, riuscendo a rivaleggiare con quelle provenienti da corso Alfieri.
Mapporcamiseria, pensai, per quanto tempo ancora questo dannato sogno si sarebbe ostinato a durare? Oltretutto, era anche diventato ripetitivo...
Il raggio della morte lampeggiò di nuovo, colpendo e disintegrando all'istante qualcuno che si trovava alle mie spalle. Ai miei occhi si offrì la lugubre visione di un teschio con infilati i rayban (fumanti ma ancora riconoscibili) che, spinto dall'inerzia, rotolava per terra alla mia sinistra. Uhm. Begli occhiali, osservai, ma modello un po' vecchiotto.
Sogno o realtà, corsi più in fretta.

Per fortuna, fu questione di pochi secondi. Come ebbi modo di capire, la strategia del pipistrello consisteva nel fare brevi tuffi in basso, sparare un'innaffiata di raggi della morte, per poi risollevarsi e cercare altre vittime. E fu così che, senza quasi essermi accorto di averla scampata, fui di nuovo in salvo.
Ora che ero in marcia, però, decisi saggiamente di non fermarmi.
Quando più tardi sbucai in corso Torino, dove speravo di trovare Francesco, la vista che mi si parò davanti fu quella di una sterminata marea di automobili imbottigliate nelle due corsie della strada, più una folla di persone a piedi tra le auto e tutt'intorno. Sembrava quasi che il mondo intero avesse deciso di uscire dalla città passando da quella via, e ci fosse rimasto impantanato senza via di scampo. Vidi automobili che cercavano a fatica di farsi largo tra le persone. Vidi un tizio su una Harley-Davidson dare gas impazientemente, da fermo, come se il minaccioso rombo del motore potesse fare il miracolo di dividere il Mar Rosso automobilistico che aveva davanti. Vidi un tizio scendere dall'auto e sbattere la portiera con tale violenza che credetti che la macchina sarebbe andata in pezzi. Clacson venivano fatti strombazzare con furia, motori venivano fatti rombare. Pazzi accelevano fino a far stridere le gomme appena vedevano aprirsi un piccolo varco, e la gente faceva balzi da atleta per evitare di essere investita. Completo delirio.
Mi sentii rinfrancato: questo, per certi versi, era più o meno lo spettacolo che potevi vedere normalmente in città in un qualunque giorno di traffico. Così quotidiano e prosaico da essere rinfrescante. La differenza principale era il fatto che, mentre in una giornata normale il guidatore più pazzo avrebbe rischiato al massimo una multa e la perdita di qualche punto della patente, oggi per i meno fortunati c'era in ballo la possibilità di essere disintegrati senza tanti complimenti. O, peggio ancora, di essere catturati da crudeli alieni con sonde anali nuove di zecca.
- Ehi, - mi disse una ragazza d'un tratto. - Fermati, per favore.
Sorpreso dall'evento pressoché senza precedenti di un essere di sesso femminile che attaccava bottone con me invece del viceversa, esaudii la sua richiesta senza nemmeno accorgermene. Il mio sguardo, condizionato da ancestrali automatismi maschili, fotografò il suo corpo. Era una gran bella ragazza. Snella, viso squisito, capelli e occhi neri, sopracciglia sottili e arcuate, gambe lunghe, affusolate. Elegante, anche: come riuscii a notare con una occhiata i suoi capi di abbigliamento e tutti gli accessori, dalla cintura alla minigonna alle scarpe a tutto, erano firmati. Inoltre, notai non senza una certa incredulità, non aveva neanche un capello fuori posto. Notevole.
Mi guardò con occhioni supplichevoli, luminosi come due laghi gemelli al tramonto. - Ti prego, aiutami! Sono sola e senz'auto e... e non so dove andare. Se hai la macchina e stai per lasciare la città, portami con te!
Preso alla sprovvista ma in qualche modo lusingato, risposi balbettando: - L-lo farei volentieri, ma... la mia macchina è un po' lontana da qui. - Ed era vero, in quel momento si trovava ancora parcheggiata sotto casa mia, dalla parte opposta della città, dove l'avevo lasciata la sera prima.
Lei mi toccò un braccio. Gran bella ragazza, mi ripetei. Quanto tempo era passato da quando una creatura così squisita aveva accettato di salire sulla mia vecchia auto? Beh, era stato comunque troooppo tempo!
- Per me va bene, - disse, - anche se la macchina è lontana. Voglio venire con te. Cioé, se per te va bene, voglio dire.
Mi accorsi che diceva sul serio. Certamente non potevo abbandonare una creatura indifesa che mi chiedeva aiuto, specialmente quando tale creatura aveva, ehm, tutti i requisiti per farmi uscire di melone con uno sguardo solo. Annuii. Non avevo ancora finito di farlo che lei già mi aveva gettato le braccia al collo in un impulsivo abbraccio. - Grazie! - disse, nascondendo il viso sul mio petto. - Grazie. Non potevo stare da sola... - Poi sollevò la testa. - Che macchina hai, comunque?
Dovetti riemergere dai suoi occhi, nei quali mi ero tuffato, prima di rispondere: - Hm? Ah, sì, è... una piccola Panda. Però, ascolta, io prima di lasciare la città devo cercare...
Lei si ritrasse leggermente. - Una Panda? - D'improvviso, sembrò distante. Uh-oh. Provai a indovinare i suoi pensieri... e ci riuscii. Invasione aliena oppure no, capii, le classi sociali rispettate fino al giorno prima non erano un qualcosa che una ragazza del genere potesse ignorare tutto d'un colpo. - No, aspetta... - disse impacciata. - Ora che ci penso, in realtà non dovevo disturbarti. Scusamiscusamiscusami. Sei molto dolce, ma... ecco, devo andare... - Mi mandò un inutile bacio soffiato, girò sui tacchi e riprese la sua ricerca, puntando evidentemente a qualcuno che avesse almeno una Mercedes.
Scossi la testa. Pazzesco.

Il condominio in cui abitava mio fratello era un edificio grigio alto cinque piani. Raggiunto il pesante portone d'ingresso in legno, che (come sempre) trovai non serrato ma socchiuso, lo aprii con una spinta. Ma, un momento prima di varcare l'ingresso, udii una voce che mi chiamava: - Giovanotto! - Incerto, cercai la provenienza del richiamo. Ecco, lassù: era un vecchietto magro e pelato affacciato da un balcone del secondo piano. - Giovanotto! - ripeté l'uomo, quando incrociammo lo sguardo. - Ma cos'è che sta succedendo?
Lo fissai stupito. Mi sembrava incredibile che qualcuno potesse non conoscere ancora gli spaventosi avvenimenti in corso. Annaspai per qualche istante alla ricerca delle parole. Poi, accorgendomi che qualunque tentativo di descrivere l'indescrivibile sarebbe stato un fallimento, mi limitai a sollevare una mano e a indicare in direzione del centro città. Il disco volante era ancora là, sospeso sopra i tetti e impegnato a seminare spensieratamente i suoi pargoletti pipistrelleschi. La sua mostruosa sagoma era in parte celata dalle colonne di fumo nero che si levavano tutt'intorno, ma nel complesso era ancora più che visibile. L'uomo seguì con lo sguardo la mia indicazione, e impallidì per lo sgomento. - Ossignur! - mormorò. E poi, tornando a guardare verso di me con sguardo bellicoso: - I tedeschi!
Lo fissai. Mi fissò. Lo fissai. Entrai nel portone.
Una volta nell'umido androne del palazzo, mi precipitai su per le scale (non c'era ascensore) e, facendo gli scalini a tre a tre, raggiunsi in poco tempo il quarto piano. Ed eccomi davanti alla porta dell'alloggio di Francesco. Bussai. - Francesco! - gridai. Premetti freneticamente il pulsante del campanello, ma non si udì nessun suono. Niente corrente elettrica, pensai. Picchiai i pugni contro la porta, una volta e poi ancora e ancora. - Francesco! Ci sei? FRANCESCO! - E a quel punto, d'un tratto, la mia voce si spezzò. Fu come se, dopo tutto il precedente accumularsi di tensione e di angoscia, questo fosse il colpo di grazia. Avevo superato i miei limiti. Ebbi un forte capogiro, mi si annebbiò la vista, mi si piegarono le ginocchia. Persi i sensi.
E un pietoso oblio cadde su di me.


[continua]



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