Pioggia di alieni #4 Data: 09/08/06
Quando finalmente riemersi dallo stato di incoscienza in cui ero piombato mi ritrovai disteso, dolorante e confuso, sul pavimento. La testa mi pulsava. Il collo mi faceva male. Sotto la guancia, a contatto con il pavimento, sentivo qualcosa di umido: era una piccola pozza della mia bava, un filo della quale penzolava ancora dalla mia bocca. Dove mi trovavo?, mi chiesi prima ancora di aprire gli occhi. Che cosa era successo? Per quanto tempo ero rimasto svenuto? Insomma, le tipiche domande che tutti gli eroi dei romanzi si facevano di solito in occasioni del genere (sì, probabilmente mi ero montato un po' la testa).
Mentre la mente mi si snebbiava poggiai a terra il palmo di una mano e, pulendomi la bocca, mi guardai intorno... e il mio cuore saltò un battito: a pochi centimetri da me c'erano due occhi non umani, con una mostruosa pupilla a fessura verticale, che mi stavano fissando!
Era un gatto. Chissà per quanto tempo era stato lì a scrutare il mio corpo mezzo morto. Per niente impressionato dal mio faticoso ritorno nel mondo dei viventi né dal mio comico sussulto, il felino dal pelo grigio mi scrutò ancora brevemente e poi, avendo forse deciso che non valevo tanta attenzione, miagolò annoiato e mi voltò le spalle. Lo guardai andarsene via senza fretta, la coda ondeggiante. Dannata bestiaccia. Era la fine del mondo e lui non aveva neanche la coda ingrossata. Decisi che, se fosse venuto fuori che gli alieni erano mostri carnivori venuti sulla Terra per cercare cibo, avrei proposto loro una dieta a base di gatto.
Raccolsi le forze (e la volontà), e finalmente mi alzai, battendo una mano sui miei vestiti per ripulirli dalla polvere. Era solo una mia impressione, o c'era molta meno luce di prima? Diedi un'occhiata alla finestra in fondo alle scale. No, non era una mia impressione: il sole doveva essere ormai basso, se non già tramontato. Il mio orologio si rivelò rotto, ma potei ricorrere al display del telefonino per stabilire l'ora. Erano... fischiai per la sorpresa: erano già le otto e mezza! Questo significava che, facendo una stima a occhio, ero rimasto svenuto per mezz'ora, o forse più. Forse anche un'ora. Un'ora! Dovevo essere stato decisamente provato dagli accadimenti, per avere avuto un simile crollo!
E in tutto questo tempo, sul pianerottolo non era apparso nessun altro, oltre me. Ero rimasto tutto solo e indisturbato tra le braccia di Morfeo. Questo mi indusse a interrogarni a proposito di mio fratello Francesco. Se stava bene ed era ancora vivo doveva essersi evidentemente rifugiato da qualche altra parte. Ma dove?
Prima di tornare giù in strada feci in modo, tanto per non lasciare niente di intentato, di lasciare un messaggio dietro di me. Ero sprovvisto di carta e penna, per cui dovetti ingegnarmi con quello che avevo: le mie chiavi di casa, che usai per tracciare dei graffiti sull'intonaco accanto alla porta. Calcai la mano, in modo che la scritta fosse ben visibile. Telegraficamente, scrissi: "Mauro was here!", poi aggiunsi la data. Sottolineai. E infine, dopo averci rimuginato sopra un po', aggiunsi quelle che erano le mie prossime intenzioni: "Vado ad Alba a cercare papà e mamma. Dovrebbero essere lì." Rimirai l'opera. Ohibò, la mia telegraficità era andata a farsi benedire. Oh, beh... Scrollai le spalle e scrissi ancora: "Se ti capita di vedere questo messaggio raggiungici laggiù al più presto. Ti aspettiamo, fratello!" Che faticata. Alla fine avevo riempito il muro e avevo il polso dolorante.
Poco dopo, sceso di nuovo in strada, mi trovai a osservare nella luce calante della sera un panorama ben diverso da quello che avevo lasciato mezz'ora prima. A quanto pareva, nel periodo in cui ero rimasto imboscato a sbavare sul pavimento erano successe molte cose. Il caos cacofonico di prima non c'era più, sostituito invece da un inquietante silenzio. La strada era ancora strapiena di automobili... ma erano auto adesso vuote, immobili. Abbandonate. I guidatori, indovinai, dovevano essersi resi conto in massa dell'impossibilità di proseguire il cammino in quel modo e avevano deciso anche loro di farsela a piedi. Qua e là, intanto, gruppi di persone si stavano dirigendo lentamente verso la campagna.
Dall'angolo in cui mi trovavo non si vedeva granché... Per ottenere una panoramica migliore, mi arrampicai sul tettuccio di una macchina, da quella saltai poi sulla macchina più vicina, e poi su un'altra ancora. In un'altra occasione, avrei forse gustato il pepato e inebriante sapore della trasgressione... ma adesso tutto quello che provai era disappunto: i tettucci erano tutti ammaccati, parte del gusto della cosa era andato perduto.
Da quella posizione, comunque, potei infine vedere meglio. A giudicare dai segni di violenza, gli alieni dovevano aver fatto un raid anche in questa zona della città. C'erano larghi crateri creati da esplosioni. Detriti. Lampioni fusi, accartocciati. Molte auto sembravano essere state scagliate di lato e adesso giacevano, straziate e contorte, nei punti più impensati. Nell'aria, un prepotente puzzo di bruciato. Più un altro (e differente) effluvio, un odore inconfondibile che si mescolava al resto... e che non mi lasciò dubbi: tra un'esplosione e l'altra, erano state scoperchiate anche le fogne. Bleargh.
Lontano, sulla linea dell'orizzonte, vedevo il rosso chiarore del tramonto. Anche se... ma no, era un rosso un po' troppo vivido per essere il tramonto. E anche la direzione, non mi sembrava quella giusta. Aggrottai la fronte perplesso. Dopodiché, realizzai cosa fosse quel remoto spettacolo infuocato.
Era Torino. Stavo vedendo Torino che bruciava.
Mi voltai dalla parte opposta, verso il centro di Asti. Com'era la situazione da quella parte? E lì mi trovai di fronte un colpo di scena che non mi ero aspettato. Rullo di tamburi. Il disco volante era scomparso! Non si trovava più sopra piazza Alfieri! Cosa era successo? Gli alieni se ne erano andati? Erano stati scacciati? Non osavo sperare tanto (a ragione, come vedremo).
Pieno di domande, balzai giù dalla mia postazione e fermai una coppia di ragazzi appesantiti da due enormi zaini. Lui era bruno, ben piantato e con il pizzetto, lei una biondina magra e lentigginosa. - Ehi... sapete dirmi che fine ha fatto il disco volante? - domandai loro senza preamboli, indicando il cielo vuoto. - Ci ha ripensato? Si è accorto di aver sbagliato indirizzo? 'Oops, ma qua non doveva esserci la Casa Bianca?'
Mi rivolsero uno sguardo attonito, come se facessero fatica a capire le mie parole. Forse ero stato troppo irruento, pensai. Poi il ragazzo mi rispose alzando le spalle: - Ne sappiamo quanto te. Prima il disco c'era... e poi non c'era più. - Le sue mani stringevano nervosamente le cinghie dello zaino. Il suo sguardo guizzava. - A dir la verità, non ce ne siamo interessati molto. Adesso ci interessa solo abbandonare la città, e cercare qualche posto sicuro...
- Sì, - gli fece eco la ragazza. - Abbiamo riempito questi zaini con le nostre cose. Da, ehm, da casa nostra. E stiamo andando via. - Evitava il mio sguardo, come se si sentisse a disagio o avesse fatto qualcosa di male. Credeva forse che li avessi presi per vigliacchi solo perché lasciavano la città?
Se era così, decisi di rassicurarla: - Fate bene ad andar via, - dissi. - Scelta sensata. Oltretutto, vedo che lo stanno facendo tutti. - E stando a quello che vedevo, era proprio così. - Di questo passo, Asti sarà deserta in quattro e quattr'otto. Se già non lo è adesso, voglio dire.
Il ragazzo si lasciò scappare un sorriso. Un sorriso strano, non rivolto a me, come se stesse pensando a un segreto buffo che sapeva solo lui. Gli brillavano gli occhi. - Proprio così, - disse. - La città è vuota, praticamente incustodi... ugh! - La sua compagna gli aveva appena dato una gomitata nelle costole, con tale energia che il suo zaino aveva sussultato. Ne provenne una specie di sospetto tintinnio, come di argenteria. Il ragazzo si corresse: - Cioè, voglio dire, è alla mercé di quei dannati alieni. Ti rendi conto? Se volessero, potrebbero prendersi tutto quello che gli pare.
A questo aspetto non avevo proprio pensato. - Beh, - commentai, incerto, - non credo che quegli esseri, chiunque siano, abbiano invaso la Terra solo per rubacchiare qua e là come ladri di polli, no? Per quello, gli sarebbe bastato buttarsi in politica... - E sorrisi alla mia spiritosaggine. Niente funziona meglio di un po' di luoghi comuni, se vuoi comunicare bene con il tuo prossimo.
Mi restituirono un sorriso di cortesia e niente più.
- Però in un certo senso avete ragione. - aggiunsi poi. - Gli alieni no, ma scommetto che qualche furbone "nostrano" ne approfitterà eccome per saccheggiare. - Feci una smorfia. - Anche se... beh, mi sembra davvero squallido che qualcuno possa scendere così in basso.
I due si scambiarono uno sguardo veloce e poi commentarono in coro: - Ehm... siamo d'accordo!
Feci un cenno con la mano, come per spazzare via quell'argomento che dopotutto non riguardava né me né loro. - Ma, a parte questo... Sapete se ci sono notizie da... sì, insomma, dal mondo? Cosa sta succedendo là fuori? Si sa qualcosa?
Il ragazzo cambiò espressione, come se qualcuno gli avesse ricordato una cosa spiacevole tutta d'un colpo: - Ho sentito pochissimo, amico. Tutti i mezzi di comunicazione sono caduti, e non si riesce a sapere niente. So solo dirti due cose sicure. Una è che siamo stati fottuti. Ce le hanno date, e date di brutto.
"L'altra, che le hanno date a tutto il mondo."
Poco dopo, mentre guardavo i due ragazzi allontanarsi, cominciai a pensare al da farsi. Se fosse stato possibile mi sarei unito volentieri a loro per un po', ma mi avevano detto di avere ancora da fare in città ("Abbiamo ancora un sacco di belle visitine da fare, eh, eh, eh... ugh! Cioè, ehm, dobbiamo cercare delle persone"), per cui avevamo dovuto salutarci lì.
Come ho già detto, ciò che mi proponevo di fare era andare a raggiungere i miei genitori. Forse non avevo trovato Francesco... ma loro sì, avevo la ferma intenzione di trovarli. Anche se, naturalmente, non potevo partire subito - da solo, a piedi e con la notte ormai incombente - alla volta di Alba. Non mi sembrava consigliabile. Invece, avrei passato la notte in qualche posto riparato, e mi sarei messo in cammino solo la mattina dopo.
Adesso tutto stava nel vedere dove avrei potuto ripararmi. L'androne di qualche palazzo? Un polveroso sottoscala? Qualche appartamento deserto nel quale intrufolarmi passando dalla finestra? Nessuna di queste opzioni mi sorrideva granché. Sospirai. Oh, quanto avrei voluto essere a casa mia, nel mio tranquillo monolocale, sotto le comode lenzuola del mio letto!
Ma, mi chiesi d'un tratto, perché non poteva essere così? Cosa mi impediva di andare a casa? Se il palazzo era ancora intatto e non era stato demolito dagli alieni (cosa che speravo vivamente) potevo benissimo approfittarne per rifugiarmi lì. E' vero che in quello stesso momento gran parte dei miei concittadini stava invece abbandonando le loro case... ma in fin dei conti che ragione c'era, concretamente, per fare come loro? Per qualche motivo, il pericolo che gli alieni tornassero per fare il bis e dare una nuova passata mi sembrava remoto...
Più ci pensavo, più ragioni vedevo per abbracciare quest'idea. Oltre al letto, avrei trovato cibo. Riparo. La mia automobile, che l'indomani mi sarebbe stata utile. Il mio pc, probabilmente adesso così inutile che non sarebbe stato buono nemmeno per il caminetto. Se avessi avuto un caminetto, of course. Tra l'altro, non mi sarei meravigliato se, arrivato a casa, avessi trovato sulla soglia mio fratello che mi aspettava. Sarebbe stato ironico se fosse venuto fuori che, mentre io mi ero recato a cercarlo a casa sua, lui aveva fatto le stesse cose con me.
Presa la mia decisione, mi incamminai. Sarebbe stata una lunga strada: il mio monolocalino si trovava infatti nella zona est, quasi dalla parte opposta della città. Calcolai comunque che, se mi fossi messo a marciare di buona lena, sarei riuscito ad arrivare a destinazione prima che la notte calasse del tutto. Questo significava, purtroppo, che sarei stato costretto a tornare indietro lungo lo stesso cammino già fatto durante il giorno. Di nuovo corso Alfieri. Di nuovo il centro città, ripercorrendo alcuni dei luoghi teatro delle peggiori distruzioni. Non vi nascondo che la prospettiva mi sorrideva ben poco... ma, se volevo essere a casa prima del buio totale, non c'era verso di fare altrimenti.
La strada era ingombra di milioni di detriti, frammenti di mattone, pezzettini di vetro, parti di automobili. Occasionalmente, resti umani scheletrizzati che cercavo di non guardare. Le lamentose sirene di mille antifurti che si trovavano chissà dove e che non avevano smesso di farsi sentire per tutto il tempo, si stavano ora finalmente affievolendo, ammosciando. A parte questo, silenzio. Ogni tanto incrociavo degli sparuti gruppetti di persone, e questi tutte le volte mi rivolgevano sguardi meravigliati. Ero una mosca bianca: l'unico che si dirigesse da quella parte, mentre tutti gli altri tendevano invece ad allontanarsene. Ci fu chi mi guardò con sorpresa, chi con compatimento, chi con indifferenza, chi perfino con sciocca derisione. Li ignorai tutti, proseguendo per la mia strada.
Più mi avvicinavo al centro della città, a quelle nere colonne di fumo che riempivano il cielo, più i dintorni diventavano deserti. I già rari gruppi si fecero ancora più rari e piccoli, poi si trasformarono in singole persone spaurite... e infine non ci fu più nessuno. Non udivo altro suono che quello spettrale dei miei stessi passi, né trovavo altro movimento che quello che io stesso producevo. Scenario da brivido. Sembrava di essere nel vecchio video di "Thriller", di Michael Jackson. Mancavano solo zombi e mostri vari, e poi il remake sarebbe stato perfetto.
Intanto, riflettevo su quello che mi aveva detto il ragazzo con lo zaino. Che tutto il pianeta era inguaiato. Non ne ero sorpreso: grazie alla mia esperienza in invasioni aliene (proveniente dalle lettura e visione di innumerevoli film, e romanzi, e fumetti, e cartoni animati, e tutto il resto) sapevo bene come andavano queste cose. A quest'ora, certamente le aviazioni di mezzo mondo erano già state impegnate contro gli invasori... ma infruttuosamente. Erano state spazzate via come sciami di libellule. Poi era toccato all'atomica. Dopo accalorate discussioni, era di sicuro stato deciso il suo impiego... ma l'arma nucleare non aveva nemmeno scalfito le astronavi aliene. Gli invasori avevano sghignazzato, tronfi, consapevoli della loro megapotenza e invulnerabilità. Il copione era quello, c'era poco da fare. Eravamo probabilmente già arrivati (o ci saremmo arrivati presto) alla fase in cui non c'era più speranza, e in cui i governi e gli eserciti e i nobili eroi vacillano e temono la sconfitta finale.
Ma ovviamente non sarebbe finita lì. Sapevo bene anche questo. A un certo punto qualcuno sarebbe riuscito inaspettatamente a trovare il punto debole degli alieni. L'acqua, magari. O il fuoco. Oppure il freddo, il caldo, il raffreddore, lo zenzero, la musica country, le parolacce, l'antivirus, l'aceto, le barzellette, l'incapacità di pronunciare la parola "disarcivescovizzandosi"... Insomma, qualcosa di ridicolo e insospettabile. Era solo questione di tempo, e poi sarebbe senz'altro accaduto. E da quel momento per loro sarebbe finita, ah ah ah!
D'un tratto udii un lamento. Mi arrestai di botto. Era quasi irriconoscibile, ma... mi era sembrato proprio un lamento umano! Mi guardai intorno e infine, nella semioscurità, ne individuai la provenienza: una sagoma umana seduta a terra e con la schiena appoggiata alla parete di un edificio, che alzava debolmente una mano per richiamare la mia attenzione. Un uomo ferito bisognoso di aiuto.
Lo raggiunsi, mi accoccolai lì accanto. - Posso aiutarti, amico? - mormorai.
- Mauro? - fece lui. - Sei tu?
Strabuzzai gli occhi e lo osservai meglio. Oh, accidenti, era Colasanti! Come avevo fatto a non riconoscerlo subito? Colasanti, il mio vecchio compagno di scuola delle superiori. Quello specializzato nel fare gli scherzi più stupidi, tipo vomitare la sua merendina nella cartella degli altri, mettere puntine sulla sedia del vicino di banco (che ero io, tra l'altro) e altre piacevolezze del genere. Colasanti, al quale quando facevamo quarta avevo fregato la ragazza. Quello che durante l'esame di maturità aveva preteso che io, proprio io, lo facessi copiare... e che invece avevo mandato a quel paese. Quello con il quale non ci salutavamo da anni. Colasanti...
Studiai le sue ferite... e capii subito la gravità della situazione. Povero vecchio amico mio. A quel che capivo, doveva essere stato colpito da qualche detrito scagliato dalle esplosioni. Era messo molto male, e senza cure adeguate non ce l'avrebbe mai fatta.
Posai una mano sulla sua spalla, tentando di mettere assieme un sorriso credibile. - Non temere, Colasanti, - gli dissi. - Andrà tutto bene.
Lui mi dardeggiò un'occhiata irritata. - Hai sempre fatto cagare come bugiardo, - grugnì. - Sto morendo, e lo sai.
Preso in contropiede, non seppi dire altro che: - Ehm... Er... Cioè... - E infine chinai la testa e mi arresi: - Hai ragione, stai perdendo molto sangue. Mi sembra... mi sembra molto serio. - Ma non ce la facevo a dirgli che era condannato. Io stesso non riuscivo ad accettare questa triste verità. - Però, se riusciamo a trovare cure mediche...
Roteò gli occhi esasperato. - E piantala! - fece. Sempre il solito vecchio Colasanti, conversatore "affabile" come pochi. Per sua fortuna stava morendo, altrimenti gli avrei rifilato volentieri un cazzotto sul muso.
Proprio mentre stavo pensando questo, il mio ex compagno di scuola venne scosso da un violento spasmo. Strinse i denti. Sudava, ansimava, tremava come una foglia. Il dolore doveva essere terribile. D'un tratto, mi vergognai di ciò che avevo appena pensato.
- Che schifo, morire! - riprese poi Colasanti. - E pensare che se non fossi venuto qui in città, nnngghhh!, - (altro spasmo), - a vedere la Douja, adesso sarei a casa mia, da mia moglie, sano come un pesce. E per di più l'unica ragione per cui ci sono venuto era che non avevo niente da fare, cazzo!
Nonostante stesse parlando del suo dramma personale, le sue parole destarono in me un altro pensiero. La Douja! Il mio amico aveva ragione! La nota manifestazione vinicola si teneva anch'essa in quei giorni, ed era ospitata in una struttura a non più di cento metri dal punto in cui ci trovavamo. Me ne ero completamente dimenticato. Guardai in quella direzione... e vidi sopra i tetti l'ennesima luttuosa colonna di fumo che si levava verso il cielo. Dunque, riflettei cupamente, gli alieni avevano distrutto anche quella. E Colasanti era stato colpito durante quel particolare raid. Immaginai il cortiletto fumante, gli stand distrutti, ed ettolitri di vino versati sacrilegamente dalle bottiglie rotte. Che orribile immagine. Barbera, Dolcetto, Grignolino, la mia amata Malvasia di Casorzo... tutto sprecato. Una fiammata di furore mi ruggì in corpo. Questo supera TUTTI i limiti!, pensai. Maledetti alieni! BALENGHI! Ve la farò pagare!
Tornai a Colasanti, scosso dai suoi spasmi di dolore. Lo ascoltai mentre, con grande sforzo, mi diceva: - Vedo che a te... è andata meglio, eh? Eri fuori città, immagino.
- In realtà, no, - risposi. - Al contrario, ero in pieno centro a vedere il Palio. Immagino semplicemente, eh, eh, di avere avuto più fortuna di te. - Alzai le spalle. - Càpita.
Mi fissò con occhi sgranati. Ebbe un altro spasmo, più violento degli altri. Vidi le sue mani stringersi a pugno. - Mauro, - mi disse poi. - Per me è finita. - Sentii il mio cuore stringersi, sia per lui sia per il livello dei suoi dialoghi. - Continua a sembrarmi impossibile, ma (nnnghhh!) capisco adesso che non vedrò mai più Giulia. Giulia... Non ricordo nemmeno se le ho mai davvero detto quanto l'amo. - Annuii. Avevo conosciuto sua moglie alcuni anni prima, in occasione di una rimpatriata di classe, quando ci eravamo trovati proprio a casa di Colasanti. Una bella donna. - Lei. E... i miei amici. Tutte le persone a me care... - Non riuscì ad andare avanti. Sembrò ricacciare indietro a fatica le lacrime.
Lo stesso stava capitando a me. Mi avvicinai a lui. - Ascolta, vecchio mio. - La mia voce era un sussurro. - Se tu lo vuoi, posso portare io i tuoi ultimi messaggi, a chiunque vorrai. Dimmi solo a chi devo portarli e dove, e lo farò. Parola mia.
Mi scrutò con occhi velati. Era come se mi stesse vedendo solo in quel momento per la prima volta. La sua mano afferrò debolmente la mia polo. - Vai...
- Sì?
- Vai... - Spasmo. - Vai... - Mi afferrò con forza il colletto con un ultimo scoppio di energia. - Vai a prendertelo nel culo! - E ricadde senza più vita.
Uhm, pensai io risollevandomi. Eccomi impegnato in una scena drammatica, e a raccogliere le ultime parole di un moribondo... ed ecco come andava a finire. Era ingiusto. In un mondo organizzato secondo le regole della buona narrativa, cose del genere non dovrebbero succedere. Agli eroi del cinema, per esempio, non capitavano mai. O forse, ehm, o forse sì? Pensandoci bene, forse una volta era successo... a Henry Fonda, se non ricordavo male (*). Non che questo mi aiutasse a sentirmi meno preso in giro, comunque. Era e restava un fatto sgradevole e imbarazzante. Scommetto che anche Fonda aveva pensato le stesse cose.
Scrollai le spalle. Non potendo fare più niente per il povero Colasanti, mi girai e mi rimisi in cammino, proseguendo tutto solo la mia piccola odissea.
(*) Sergio Leone, "Il mio nome è nessuno" (1973).
[continua]
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