Pioggia di alieni #5 Data: 13/06/07
Sotto una luna vaporosa e distratta, mi muovevo in silenzio.
Non oso pensare che aspetto potessi avere. Se apparivo stanco anche solo la metà di come mi sentivo, dovevo essere uno spettacolo raccapricciante. Dopo tutti gli orrori della giornata ero come inebetito, e camminavo tra le macerie senza quasi vederle. Non so dire quanto tempo avessi passato in questo stato. So solo che, quando mi resi conto che il buio si stava facendo ancora più fitto intorno a me, riuscii finalmente a riscuotermi e a riprendere contatto con la realtà che avevo abbandonato.
Percorrendo la città nel mio solitario cammino verso casa avevo raggiunto le vicinanze del luogo in cui la tragedia aveva avuto inizio: Piazza Alfieri, che mi attendeva adesso a non più di due-trecento metri di distanza. Per raggiungere casa mia, il piccolo monolocale situato nella zona est di Asti nel quale speravo di trovare riposo, ci sarebbe voluta ancora un'altra mezz'ora. Accigliato, decisi che avrei fatto bene ad accelerare, se volevo arrivare prima delle calende greche.
Passando accanto ai miseri resti del bar Ligure, voltai con decisione a destra, verso piazza san Secondo. Imboccavo così una deviazione che, senza perdere troppo tempo, mi avrebbe permesso di evitare piazza Alfieri. Questo perché quel giorno proprio non ci tenevo a rivedere il luogo del primo attacco... luogo che immaginavo lugubremente occupato dalla più grande concentrazione di scheletri della città, e che per lungo tempo avrebbe riempito i miei incubi.
Entrai così nella piccola piazza che da sempre ospitava il Municipio della città. Piazza san Secondo, come ho detto. Ma, appena vi ebbi mosso qualche passo, la tremenda immagine di ciò che mi stava aspettando raggiunse i miei occhi stanchi, e il mio stato d'animo subì un nuovo traumatico tracollo. Mi fermai di botto emettendo un lamento strozzato, feci un passo indietro, un altro, inciampai, caddi chiappe a terra.
Davanti a me, nel bel mezzo della piazzetta devastata, campeggiava non uno solo dei veicoli alieni che chiamavo pipistrelli... ma addirittura due. Due mostruosi oggetti alieni, neri, ronzanti, ricurvi e portatori di morte, fluttuanti a un metro di altezza tra le macerie. Ed erano rivolti direttamente verso di me, quasi come se mi stessero aspettando. Riuscivo a distinguerne le armi, puntate nella mia direzione.
Ecco, pensai. Ecco! Ero già virtualmente morto, stavolta ne ero sicuro. Seduto a terra con gli occhi sgranati, in quella poco virile posizione che mi qualificava più come Mister Bean che come un intrepido difensore della Terra, seppi che stavolta non c'era più scampo. Era finita.
Oddio, non fu un momento drammatico come può sembrare. In un certo senso, a dir la verità, fu quasi un sollievo. Non ci sarebbe più stato terrore, né angoscia, disperazione, o cuore in gola. E niente più ripetitivo correre di qua e di là. Solo pace, finalmente. Definitiva. Ormai rassegnato, attesi il colpo di raggio scheletrizzante che avrebbe posto fine a tutto. Distolsi lo sguardo, come se temessi che il bagliore del raggio potesse danneggiarmi la vista.
In quel lunghissimo momento, tutta la mia vita mi passò davanti agli occhi. Infanzia, fanciullezza, adolescenza, "maturità"... tutto quanto. In effetti, bastarono pochi secondi: la mia non era stata una vita granché piena. Triste considerazione, alla quale si aggiungeva l'ancora più triste pensiero che ormai era troppo tardi per porvi rimedio. Sperai di avere maggior fortuna nella mia prossima vita. Magari reincarnandomi in... un Rocco Siffredi, per esempio. Oppure... boh, uno Sean Connery, perché no? Età o non età, l'ex 007 continuava a essere sempre uno degli uomini più sexy del mondo. Ci rimuginai su. No, no, tutto sommato era meglio il buon Siffredi, a favore del quale giocavano fattori che...
Ehi, ma... arrivava, questo raggio della morte, oppure no?
Incerto, tornai a voltare lo sguardo verso i velivoli provenienti dall'oltrecosmo. Non osavo sperare, eppure... Mi rialzai in piedi, incredulo. Mentre il cuore mi martellava in petto, scrutai i due pipistrelli. Sembravano del tutto inerti. Immobili. Indifferenti alla mia presenza. Forse i piloti non mi avevano notato? Erano distratti? Dormivano? Oppure... erano forse morti, magari (ah, ah, ah!) stroncati da qualche imbattibile virus terrestre? Indeciso sul da farsi, scrutai le nere enigmatiche sagome.
Stavo ancora chiedendomi quale sarebbe stata la mia prossima mossa, quando d'un tratto udii lo scricchiolio. E poi rumore di passi, fruscii, suoni di vario tipo, che (mi accorsi) erano presenti fin dall'inizio ma che il tambureggiante battito del cuore mi aveva impedito di notare. Un piccolo tonfo, come di qualcosa che viene posato a terra. E... voci! Voci aliene a pochi metri da me! Tornai a impallidire. Erano lì, in qualche punto della piazza, all'aperto! Mi si mozzò il respiro. Altro che raggi della morte: qui, a furia di sollievi e successive docce fredde, prima o poi ci avrei rimesso la buccia per cause naturali.
Erano da qualche parte alla mia sinistra. Potevo solo udirli, senza vederli, dato che un riparo (un'edicola) si frapponeva provvidenzialmente tra me e loro. Fissai il piccolo chiosco. In un batter d'occhio, prima ancora di aver formulato un qualsivoglia pensiero articolato, mi ci ritrovai appiattito dietro.
E lì, ben riparato e nascosto, riflettei.
Ricapitoliamo, pensai. In una notte settembrina, in mezzo alle fredde macerie di luoghi familiari quanto casa mia, mi trovavo tutto solo cheek to cheek con un gruppetto di esseri alieni. Creature (va detto) che avevano passato la giornata dimostrando un deplorevole zelo nel disintegrare esseri umani indifesi. Come capirete, questo mi induceva a un certo riserbo e a contenere la naturale espansività. In effetti, l'istinto di conservazione mi raccomandava a gran voce di allontanarmi da lì più velocemente che potevo. Eppure... Eppure, riflettei, come potevo resistere alla tentazione? La curiosità era troppa: avevo l'occasione di vedere finalmente in volto l'odioso nemico della razza umana.
Ma il punto in cui mi trovavo non mi permetteva una visione adatta. Facendo appello a non so quale dose di coraggio o di incoscienza, mi spostai (con un breve balzo in punta di piedi in stile Gatto Silvestro) dietro un altro vicinissimo riparo: un'automobile, bruciata e rovesciata, che era stata gettata in aria da chissà quale esplosione ed era poi ricaduta sopra alcune panchine con le ruote verso l'alto. Una volta raggiunta quella posizione privilegiata, mi sporsi cautamente (molto cautamente) per soddisfare infine la mia curiosità...
Ed eccoli lì.
Erano tre. Se ne stavano seduti nel dehors del bar Origini che, vetri a parte, detriti a parte e tavoli rovesciati a parte, era per miracolo rimasto pressoché intatto. Due di loro erano seduti un po' incongruamente sulle sedie di plastica del bar, troppo piccole per la loro mole. Il terzo stava invece in piedi con aria marziale, imbracciando un pesante fucile dall'aspetto ipertecnologico. Tutti e tre indossavano pesanti armature dall'aria avanzatissima. In mezzo a loro, ad altezza d'uomo, fluttuava una specie di sferetta luminosa, grande come una pallina da ping-pong, che li illuminava fiocamente.
Erano esseri rettilici, con una pelle verde e scagliosa e una corporatura massiccia. La fisionomia generale era grosso modo (intendendo "grosso modo" in senso molto ampio) umanoide, con due braccia, due gambe e tutti gli elementi di base presenti in quantità consuete. Faceva eccezione solo una lunga coda serpentina che penzolava dietro di loro toccando terra. Le proporzioni erano quelle di un essere umano particolarmente tozzo e massiccio. La testa, che tenevano orgogliosamente eretta su un collo flessuoso ma robusto, era simile a quella di una lucertola. Avevano occhi neri senza la minima traccia di bianco, lunghe fauci simili a quelle di un coccodrillo e due fessure al posto del naso. Non vidi orecchie, né niente di assimilabile.
Sembravano molto tranquilli, rilassati. Complice anche il luogo in cui si trovavano, facevano quasi pensare a un gruppetto di amici riunitisi lì per prendere il fresco e bere qualcosa dopo il lavoro. E, in un certo senso, doveva essere proprio così: erano scesi dai loro velivoli per sgranchirsi un po' le gambe (zampe?) e rilassarsi dopo una giornata di fatica. Comprensibile, povere creature. Li osservai. Dal loro atteggiamento, era evidente che ritenevano molto bassa la probabilità di incontrare forze ostili. Cosa che, per quanto sia doloroso ammetterlo, avevano tutte le ragioni di pensare: io ero forse l'essere umano più in forze nel raggio di qualche chilometro, e in quel momento ero in condizioni tali che anche Woody Allen avrebbe potuto conciarmi per le feste.
Mentre guardavo, uno dei due soldati spaparanzati sulle sedie tentò di grattarsi la pancia... ma la presenza dell'armatura gli fece da inaspettato ostacolo. Riuscii a sentire l'urto degli artigli contro il metallo e il corrispondente grugnito di frustrazione. Accanto a lui, il secondo soldato teneva le gambe sollevate e posate con negligenza su un tavolino... senza rendersi conto che lo schienale della sua sedia era allarmantemente piegato all'indietro. Per un momento mi immaginai cosa sarebbe successo se la sedia avesse ceduto e lui fosse finito a culo per terra. Il solo pensiero fu sufficiente a farmi sorridere. Se fosse successo davvero, probabilmente non sarei riuscito a trattenere una risata. Il che, presumo, avrebbe segnato la mia fine: loro mi avrebbero senza dubbio visto, udito e diligentemente ammazzato.
Fortunatamente, non accadde.
Ripromettendomi di restare il più silenzioso possibile, continuai la mia osservazione. Stavano parlando, adesso. Studiai la scena con interesse. A quanto pareva, comunicavano tra loro con brevi scoppi verbali - latrati, quasi, invece che frasi fluenti e articolate - e in una lingua del tutto incomprensibile: un susseguirsi di colpi di tosse, gorgoglii, rutti e gargarismi che un essere umano, anche conoscendone il significato, non sarebbe mai riuscito a riprodurre. Ripensai fugacemente al povero Colasanti (pace all'anima sua). Se ricordavo bene i suoi virtuosismi del tempo in cui eravamo adolescenti, lui sarebbe riuscito a cavarsela brillantemente per la parte relativa ai rutti... ma il resto sarebbe stato al di là anche delle sue invidiabili capacità.
Le loro brevissime conversazioni, se così le vogliamo chiamare, venivano sempre iniziate da quello che stava in piedi, e che aveva tutta l'aria di essere il capo del gruppo. Tossiva qualcosa, e uno degli altri due gorgogliava o ruttava rispettosamente una risposta. Poi l'altro faceva lo stesso. Il tono sembrava sempre lo stesso: secco, aspro. Impossibile capire quali fossero gli argomenti affrontati. Una sola conversazione sembrò differente dalle altre: fu quando un intervento del capo spinse gli altri due a rispondere torrenzialmente e ad alta voce, quasi lottando tra loro per farsi ascoltare. Forse era stata mossa un'accusa di qualche tipo e i due si stavano discolpando con foga. Ma erano solo congetture. Il contenuto della discussione era del tutto incomprensibile.
Proprio a quel punto, avvenne un piccolo colpo di scena: dalla porticina del bar alle loro spalle, uscì... un quarto alieno! Lo osservai con allarmata sorpresa. Opporcavacca! La sua presenza mi era del tutto sfuggita. Mi guardai intorno, temendo improvvisamente che ce ne potessero essere altri nei dintorni... ma il mio sguardo non individuò nulla. Ogni cosa sembrava tranquilla.
Dopo alcuni secondi di infruttuosa vigilanza, feci calare il mio livello di allarme. A quanto pareva, gli unici presenti in zona erano quei quattro. Un semplice calcolo confortò la mia valutazione: dopotutto, i pipistrelli in piazza erano solo due, e le loro dimensioni erano talmente ridotte che non potevano ospitare più di due invasori ciascuno. I conti erano presto fatti, dunque.
La comparsa del nuovo arrivato era stata salutata con grida di giubilo da parte dei suoi compagni. Anche il capo, che a mio parere avrebbe dovuto dimostrare maggiore contegno, schiamazzò volgarmente. L'alieno appena apparso portava con sé alcune bottiglie di liquore prelevate dal bar. Mi chiesi come avesse fatto a sceglierle, dato che con ogni probabilità non poteva decifrare la nostra scrittura né immaginarne il senso. E come conoscevano la funzione di una bottiglia, o il fatto che in un luogo come quello ne avrebbero potute trovare? Misi da parte questo confuso interrogativo: lo stavano facendo, e tanto bastava. Ancora non sapevo (né potevo indovinare, neppure scervellandomi per ore) che i nostri invasori avevano passato anni e anni a monitorare le nostre trasmissioni radiotelevisive, e che avevano un'idea abbastanza precisa di quello che stavano facendo.
Il capo afferrò una bottiglia dalle zampe dell'altro. Sollevò la bottiglia davanti al viso lucertolesco e la fissò con aria solenne e meditabonda. Poi, mentre il resto del gruppetto lo osservava con attenzione nel silenzio più totale, spezzò il collo della bottiglia, ne annusò cautamente il contenuto... e infine si rovesciò in gola trionfalmente una bella sorsata di liquore! Glu glu glu glu glu glu... Olé! Beveva senza ritegno, infrangendo con spavalderia ogni regola di buon senso sul primo contatto con sostanze aliene.
Ma il suo entusiasmo non era destinato a durare, e la sua trasgressione sarebbe stata punita. Interruppe bruscamente la bevuta. Strabuzzò gli occhi, facendo ricadere il braccio che reggeva la bottiglia e tossì rumorosamente spruzzando tutt'intorno un po' del liquore che aveva nelle fauci. Portandosi l'altra mano alla gola e senza smettere di tossire, si appoggiò a una piglia. Lo guardai, affascinato dalla situazione, mentre i suoi compagni lo circondavano con aria sorpresa e notevolemente allarmata. La cosa sembrava grave. C'era panico nei suoi occhi. E... la sua pelle sembrava assumere un preoccupante colore bluastro.
Stava forse morendo davanti a me?
La mia mano si chiuse a pugno su un portaspecchietto dell'automobile dietro la quale mi riparavo, stringendolo con tanta forza che pensai di poterlo deformare. Non poteva essere così semplice!, pensai incredulo e carico di un'improvvisa aspettativa. Non poteva essere così... ma forse lo era! Forse il Fato mi stava consegnando l'Arma definitiva su un piatto d'argento. Altro che acqua, o freddo, zenzero, o altre assurdità. Per gli alieni il whisky era veleno! Questa poteva essere la salvezza per l'umanità intera. Già mi figuravo nell'atto di comunicare la mia preziosa scoperta alle autorità. Vedevo la poderosa controffensiva della razza umana contro gli esterrefatti alieni a forza di bombe al whisky, di letali spruzzatori, di proiettili imbevuti nel liquore (invece che intinti nell'aglio come da mitologia vampirica), e immaginavo mille ingegnosi modi di utilizzare questo tallone d'Achille. Vedevo, infine, l'ignominiosa sconfitta finale degli invasori, la loro partenza dal pianeta con la coda tra le gambe (il che, data la loro particolare fisionomia, poteva essere anche vero in senso letterale), il trionfo definitivo della libertà sul pianeta Terra.
Lieto fine: "E così, quando tutti i mezzi escogitati dagli uomini erano falliti, gli invasori vennero distrutti dalla forza più micidiale e ben fermentata che Iddio, nella sua infinita saggezza, aveva messo su questa Terra: il whisky Macallan single malt".
Furono momenti in cui la fantasia correva senza ritegno, e ogni cosa sembrava ridiventata possibile.
Poi però quel dannato alieno rovinò tutto quanto. Indovinate un po'? Riguadagnò il controllo di sé: sotto i miei occhi si staccò dalla piglia, si schiarì la gola, tornò a sollevare la bottiglia e se la scolò tutta senza più batter ciglio nel giro di un minuto. I suoi compagni, impazziti di entusiasmo, schiamazzarono come scimmie attorno a lui. Guardai tristemente mentre la bottiglia ormai vuota veniva gettata di lato.
Che fregatura, pensai. Quegli esseri evidentemente possedevano una biochimica straordinaria, in grado di adattarsi e di neutralizzare anche la minaccia più micidiale. O almeno, questa era una possibile teoria. Tuttavia, quando vidi che gli altri tre alieni si attaccavano alle loro rispettive bottiglie e ne tracannavano il contenuto senza il minimo effetto negativo dovetti rivedere le mie conclusioni. A quanto pareva, per questi il liquore non era una minaccia, nemmeno momentaneamente. Uhm. Come poteva essere?
Dopo profonda riflessione, e non senza un certo imbarazzo, conclusi che al capo era semplicemente andata una sorsata di traverso.
Mentre guardavo gli effetti che il liquore cominciava ad avere sugli umori del gruppo, mi resi conto che restare lì stava diventando per me sempre più pericoloso. Gli alieni, visibilmente resi sempre più ebbri dall'alcool, si scambiavano grandi pacche sulle spalle, sparacchiavano raggi laser verso il cielo o verso gli edifici, rovesciavano sedie e tavolini senza motivo, mettevano in pratica in mille modi diversi uno stile di divertimento deprecabile - rozzo e fracassone - che mi fece stringere i denti. Bottiglie venivano mandate a infrangersi per terra con impressionante frequenza, risate sguaiate e colpi di tosse a voce alta echeggiavano. Che volgarità, pensai accigliato. Non ci sono più gli alieni di una volta.
A parte questo, come ho detto, non mi sfuggiva che le probabilità di essere scoperto aumentavano. Se la loro vivacità li avesse portati a spostarsi dal punto in cui si trovavano, magari per giocare al tiro al bersaglio con i detriti in mezzo alla piazza, sarei stato quasi sicuramente beccato, nonché disintegrato. E questa era una eventualità che proprio non ci tenevo a veder verificata. L'efficienza di quei fucili laser (le bottiglie venivano letteralmente vaporizzate da un singolo colpo di quelle micidiali armi) e la disinvoltura con cui venivano adoperati erano ben poco piacevoli ai miei occhi.
Attesi lungamente il momento giusto. Non una cosa facile, anche perché non era affatto detto che lo stato in cui gli esseri si trovavano li rendesse meno attenti a ciò che li circondava. Anzi, i loro sensi potevano esserne acuiti invece che compromessi, per quel che ne sapevo. Alla fine, l'occasione favorevole mi si presentò quando vidi il capo improvvisare uno spettacolino per i suoi sottoposti: un'esibizione in cui lanciava in alto una bottiglia vuota e cercava poi di colpirla col laser mentre roteava per aria. Mentre l'attenzione di tutti si appuntava su di lui, io capii che dovevo muovermi. Dal riparo dietro il quale mi trovavo - l'automobile rovesciata - mi spostai con un rapido movimento al chiosco di giornali. Lì giunto, mi immobilizzai nuovamente. Quasi mi aspettavo di sentire grida di allarme, schianti, e colpi di laser che si abbattevano nei dintorni. E invece, nulla. Incredulo, mi tuffai infine in direzione della strada da cui ero venuto.
Un istante dopo, mi stavo allontanando il più in fretta e il più silenziosamente possibile dalla piazza. Mi ero lasciato alle spalle tutto quanto. Il mio Primo Contatto era finito.
[continua]
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